Q*bert

aprile 19, 2010

@!#?@!

E’ l’imprecazione che ho pensato quando mi son ricordato della lettera Q per la missione “ordine alfabetico” del blog.

Ho avuto gli incubi prima di trovare qualcosa.

E’ anche l’imprecazione del protagonista di oggi, che viene pronunciata ogni volta che perde una vita.

Il primo personaggio dei videogames che impreca,andrebbe ricordato anche solo per questo.

Q*bert (sì, proprio con l’asterisco) nasce nel 1982 ad opera di Warren Davis (programmatore e designer), Jeff Lee (personaagi e disegni in generale) e David Thiel alle musiche e viene pubblicato dalla Gottlieb, una delle più famose ditte di flipper. Tre persone per fare un videogame di successo, quanto son cambiati i tempi…

Il gioco nasce in uno dei periodi migliori per i videogames, la cosiddetta Golden Age, che aveva sfornato precedentemente successi come Space Invaders, Pac Man, Frogger e Galaga. A fronte di un gameplay estremamente semplice Q*bert proponeva una difficoltà imbarazzante, causando molta frustrazione nel gamer occasionale.

La schermata era composta da una piramide interamente formata da cubi sui quali il protagonista, uno strano essere arancione senza braccia, doveva saltare per cambiarne il colore: nessuna arma, nessun superpotere, solo quella sottospecie di pallina saltellante. Anche per questo i comandi erano minimali e atipici rispetto ai suoi colleghi, con la totale assenza di pulsanti ma unicamente una leva con cui muovere l’arancia geneticamente modificata.

Naturalmente c’erano degli ostacoli e dei nemici da fronteggiare: un serpente a spirale, 2 gremlin che camminano sui lati opposti dei cubi, palline che cadono dall’alto e 2 mostricciattoli che cambiano i colori dei cubi. Più avanti la difficoltà aumenterà notevolmente dovendo saltare 2 volte sullo stesso cubo per colorarlo completamente. L’unica difesa di Q*Bert proviene da dei dischi ai lati della piramide che lo riportano in cima, a volte uccidendo tutti i nemici.

Credetemi, è estremamente semplice detto così, ma giocarlo è tutta un’altra cosa: qui c’è una versione in flash,non è proprio la stessa cosa ma almeno potrete farvi un’idea e provarlo.

Lee si ispirò vagamente ai disegni di Escher per la struttura a piramide e i goblin che camminavano sui cubi sfidando ogni legge della fisica, mentre per il protagonista disse che furono forti le influenze di MAD Magazine e di Ed Roth.

La macchina da sala giochi aveva una particolarità, quando il personaggio cadeva fuori dalla piramide (altra difficoltà del gioco, si poteva morire sbagliando “strada” e cadendo fuori dai bordi) una specie di molla all’interno del cabinato scattava e producendo un rumore che riproduceva una caduta.

Qui da noi forse passò abbastanza in sordina come gioco ma in America ebbe un successo ENORME tanto da essere uno dei personaggi dei videogames con uno dei marketing maggiori, tra pupazzi, peluches e addirittura una serie animata.

Ebbe anche un sequel che non riscosse lo stesso successo, anche perchè la famosa Golden Age finì e il settore dei videogames attraversò un forte periodo crisi.

La mia esperienza personale con Q*bert è abbastanza strana: desiderai giocarci per anni dopo averne letto e visto immagini sulle riviste specializzate ma dalle mie parti non riuscii mai a trovare un cabinato. L’hype cresceva a dismisura fino a quando non trovai un esemplare arcade, anche se diversi anni dopo la sua nascita.

Fu una delusione totale, troppo difficile per il mio unico neurone impegnato a ricordarsi di respirare, credo di essere riuscito ad arrivare massimo al terzo livello, con le mie bestemmie che andavano in sync con quelle del protagonista.

Nonostante questo rimane una delle pietre miliari della storia dell’intrattenimento elettronico.

@!#?@!

Piedone (il gelato)

aprile 18, 2010

Ah, gli anni 80. Quando ancora potevi leccare un piede in pubblico senza che ti guardassero male.

Mannaggia a me che faccio le battute idiote e poi devo fare i disclamer.

DISCLAIMER: non sono un feticista dei piedi, non mandatemi foto di gente che improvvisa siparietti erotici usando i piedi come surrogati sessuali.

I gelati credo siano uno degli elementi più rappresentativi degli anni 80, almeno a livello di originalità.

Sfido chiunque tra 10 anni a ricordarsi i nomi dei gelati attuali, o la forma o il gusto: semplicemente verranno ricordati come gelati. Se comunque nel 2020 (ammesso che il mondo non sia finito per via delle macumbe maya) veniste a suonare al mio citofono urlando “MAGNUM!!!!”  sappiate che non ci sarà nessun premio in palio.

Erano chiaramente altri tempi, come mentalità, soprattutto delle grandi aziende, dove si osava rischiare un po’ di più per differenziarsi. Oggi i gelati sono praticamente tutti uguali, non hanno campagne pubblicitarie memorabili e sono tutti uguali. E se tutto ciò non bastasse bisogna aggiungere che i gelati di oggi sono tutti uguali. Ok, l’articolo di oggi non è lunghissimo così sto esagerando con le cazzate per fare numero. Magari ci schiaffo pure la foto di qualche topa per allungare il brodo.

Erano i tempi in cui potevi rinfrescarti la bocca con 200-300-400 lire (anche un cubetto di ghiaccio rinfrescava ma non era la stessa cosa).

I marchi che costellavano le pareti dei bar della nostra infanzia erano abbastanza numerosi: Motta, Sanson, Sammontana…

Ma i colossi erano 2, Algida e soprattutto Eldorado.

E’ a quest’ultima che dobbiamo il 90% delle creazioni più fantasiose e originali ma poi l’Algida, che più che un cuore di panna si ritrova un cuore di pietra, inglobò la concorrente che a poco a poco scomparve, così come i suoi prodotti migliori che vengono oggi invocati a gran voce dai nostalgici di quell’epoca. Poi anche l’Algida venne comprata da una multinazionale e quindi oggi ci ritroviamo in una situazione in cui tutti i gelati sono uguali (ok, la smetto). Se qualche politico della maggioranza/opposizione legge queste righe puo’ presentare in parlamento una proposta di legge/referendum per obbligare qualcuno (non so chi, lascio a voi la scelta) a riproporre quei gelati.

Uno dei più apprezzati e originali (e rimpianto da tantissimi) fece la sua comparsa nei cartelloni di latta del 1981: sto parlando del Piedone (ma dai, chi l’avrebbe detto dal titolo dell’articolo).

Il Piedone era un concentrato di fragola su stecco dall’ovvia forma di estremità gambale™ che stranamente venne presto ritirato dal mercato (forse ad opera di un infiltrato dell’Algida nei piani alti dell’Eldorado!) ma la famosa folla armata di torce e forconi costrinse i produttori a rimetterlo in circolazione.

Ora, ho qualche dubbio sulla cronologia del gelato nelle varie incarnazioni : credo che la primissima fosse di semplice fragola alla quale si aggiunse in seguito una suola di cioccolato. Ci fu poi una versione con solamente il ditone di cioccolato e con una texture composta da vene varicose. A proposito di ditone, mi sembra di ricordare un altro gelato dell’Algida con questo nome ma non ho trovato nessuna foto a riguardo e anche la mia memoria sembra averlo rimosso, urge approfondita ricerca.

A me il Piedone piaceva anche se non ne andavo pazzo ma onestamente non riuscivo mai a finirlo, non so se fosse dovuto alle dimensioni (era enorme) o per l’eccessiva fragolosità che dopo un po’ portava alla nausea.

I gelati di questo tipo erano famosissimi tra i bambini, sia per via degli spot televisivi che per le pubblicità che trovavano spazio nei giornalini dell’epoca, Topolino su tutti.

Inutile citare i nomi degli altri gelati andati in pensione perchè torneranno presto e numerosi su queste pagine…

Outrun

aprile 15, 2010

Uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita è stato quando mi hanno ritirato la patente. In sala giochi.

Ho sempre amato i videogames, inutile nasconderlo.

Mi hanno stimolato la creatività, allargato gli orizzonti della fantasia e insegnato una lingua.

Sono però sempre stato un gamer atipico, almeno rispetto a chi mi stava intorno, non ho mai amato i giochi di macchine o di calcio, e in Italia questa è un’eresia, credo sia anche punibile con la ghigliottina.

Però qualche eccezione c’è stata, soprattutto quando ero piccino e il babbo mi portava in sala giochi, in una in particolare della quale ho un ricordo bellissimo: sul lungomare, all’interno di una giostra, con i carretti degli hot dog il cui profumo ancora mi scombussola le narici. La sala giochi era enorme, grande come mezzo campo di calcio. Mezza sala era destinata agli arcade classici, quelli da giocare in piedi per intenderci,l’altra metà era dedicata i grossi cabinati dalle forme più disparate, aerei, moto, elicotteri,navi spaziali ma soprattutto automobili.

Questi ultimi erano però anche più costosi, solitamente 2 o addirittura 3 gettoni a partita: in cambio però si aveva una senzazione estremamente coinvolgente, e si stava decisamente più comodi.

Outrun arriva nel 1986 grazie alla mente di un certo Yu Suzuki e di quei furbacchioni della SEGA, il cui nome ha sempre suscitato risate birichine.

Yuzuki trovò l’idea dopo aver visto The Cannonball Run, una commedia del 1981 incentrata su una gara automobilistica che attraversava tutta l’America: il passaggio dall’idea al cabinato di sala giochi passò attraverso settimane di documentazione diretta nelle quali il nostro giapponesino affittò un’automobile e si fece dei bei viaggietti per tutta l’Europa.

Outrun venne definito dal suo stesso creatore non un gioco di corse ma un gioco di “guida”: una delle caratteristiche è la sensazione di relax totale che si prova giocando, pur non mancando l’adrenalina ovviamente, non è un videogame di uncinetto. Il protagonista è un giovane rampante che a bordo di una Ferrari Testarossa tenta di fare colpo su una bella topolona scarrozzandola per tutto il continente.

Dopo essersi seduti comodamente nella vettura la prima cosa da fare è accendere l’autoradio: si, perchè questo fu il primo gioco nel quale fu possibile scegliere la musica da ascoltare tra una selezione di 3 (o 4, non ricordo bene) brani. Una volta fatta questa scelta si era pronti per partire.

Perchè gioco di guida quindi?

Beh, gli unici protagonisti eravamo noi. Nessun avversario da raggiungere, superare e distanziare. Solo e unicamente il comune traffico da evitare mentre ci si godeva il paesaggio: partendo da un assolato lungomare costeggiato da alte palme si passava poi attraverso deserti, montagne, metropoli affollate e campagne sconfinate. E il bello era che potevamo scegliere noi il percorso, infatti alla fine di ogni “stage” era possibile decidere dove svoltare davanti a un bivio: i percorsi ramificati portavano così a 5 diversi finali, ognuno con una scenetta differente al termine.

Questa esperienza di gioco era supportata in modo eccellente sia a livello hardware che software: prima di tutto una rivoluzionaria tecnica chiamata bilinear parallax scrolling, uno pseudo 3D che dava un’incredibile sensazione di velocità.

Ma la vera ciliegina, anzi ciliegiona, sulla torta era l’incredibile innovazione apportata al cabinato più grande che comprendeva:

  • comodi sedili in pelle umana
  • leva del cambio manuale
  • pedale del freno e dell’accelleratore
  • volante dotato di force feedback
  • struttura semovente

A ogni urto, scossone, uscita di strada o tamponamento il volante reagiva con una forza proporzionale e altrettanto faceva l’intera vettura che si muoveva dando una sensazione di realismo spettacolare.

Negli anni successivi questo tipo di cabinati si moltiplicarono a dismisura ma Outrun rimane il capostipite di una rivoluzione che durò davvero tantissimo tempo, grazie a trasposizioni per praticamente quasi tutte le piattaforme casalinghe, e sfoggiando in seguito numerosi sequel da sala giochi.

Il miglior modo per avere dei brutti incubi è bruciare vivo un serial killer di bambini.O mangiare la mia peperonata.

Ho già affrontato il tema della riconoscibilità parlando di Indy, a volte basta una foto, un’espressione, un indumento talmente particolare da renderti famoso in tutto il mondo, a volte passando di generazione in generazione. Che sia un guerrigliero rivoluzionario barbone che fuma il sigaro o un fisico spettinato che fa la linguaccia ci sono immagini che entrano nell’immaginario collettivo a gran forza e vi si schiodano con estrema difficoltà.

Quanti di voi non hanno riconosciuto il personaggio al quale appartiene quel guanto?

Freddy Krueger arriva sul grande schermo nel 1984 per mano del giovane Wes Craven, il quale dopo essersi già cimentato con degli interessantissimi lavori d’esordio (L’ultima casa a sinistra, Le colline hanno gli occhi) decide di seguire il filone degli slasher movie venuti alla ribalta anche grazie a personaggi come il Michael Myers di Halloween, il Leatherface di Non aprite quella porta o il Jason Voorhees di Venerdì 13. Serve un cattivo carismatico, con un’arma riconoscibile e unica e magari anche dei poteri particolari che lo differenzino dai suoi colleghi, alla fin fine nient’altro che nerboruti omaccioni il più delle volte indistruttibili.

Craven si ispira mooooooolto alla lontana ad un fatto di cronaca, e per dare una caratterizzazione fisica e un nome al suo protagonista si basa su…un vecchio barbone sfigurato e un bullo che tormentava il regista nella sua giovinezza. Dall’unione di questi elementi e grazie alla fervida immaginazione di Craven nasce così uno dei cattivi più memorabili e famosi della storia del cinema, Freddy Krueger.

Le origini e il passato del protagonista, che vengono svelate a poco a poco durante la lunga sequela di episodi cinematografici a lui dedicati, non sono dei migliori: Amanda Krueger decide di diventare suora all’età di 18 anni e il suo primo lavoro la porta nell’ospedale psichiatrico di Westin Hill. Il lavoro non è male fino a quando non viene dimenticata durante le vacanze di natale dentro all’edificio contenente i pazzoidi più pericolosi dell’istituto. Avete presente Mamma ho perso l’aereo? Ecco, metteteci una diciotenne nel fiore della sua giovinezza al posto di Macaulay Culkin e decine di psicopatici violenti e arrapati al posto di Joe Pesci e compare: otterrete un tranquillo week end di stupri multipli e ripetuti condito da una sana dose di botte. Nove mesi più tardi Frederick Charles Krueger verrà messo alla luce.

La sua vita procede serenamente, tra un padre adottivo alcolizzato che abusa di lui, dei simpatici compagni di scuola che gli affibiano l’innocente soprannome di “Figlio bastardo di cento maniaci”, il tutto mentre coltiva salutari hobby come la tortura e l’uccisione di piccoli animali.  Le sue buone azioni comprendono l’ammazzare il padre adottivo, l’ammazzare la moglie (dalla quale avrà una figlia), l’ammazzare i figli dei suoi ex compagni di scuola che lo deridevano da piccoli. Insomma, aveva sta fissa dell’ammazzare.

Viene arrestato per gli omicidi dei bambini ma per un vizio di forma viene rilasciato. I genitori dei bambini uccisi la prendono bene e, impugnando torce e forconi, lo bruciano vivo. Ma siccome Freddy aveva sta passione dell’ammazzare stipula un patto con tre demoni dell’inferno che gli permettono di continuare a uccidere nei sogni.

Questa in breve l’infanzia di Krueger, nel primo episodio della lunga serie affronterà un gruppo di quattro teenager (vittime sacrificali preferite da questo genere di film perchè dicono le parolacce, ascoltano il rocchenroll e fanno tanto sesso, sti sporcaccioni) capitanati da Nancy che sarà l’unica a sopravvivvere alla fine. Da notare che questo film sarà quello d’esordio di Johnny Depp che farà proprio una bella fine.

In questo primo capitolo Freddy si presenta in tutta la sua fierezza: l’estetica prima di tutto.

  • un fedora, come quello di Indy, solo un po’ più stropicciato
  • un maglione slabbrato a righe orizzontali rosse e verde scuro (che Craven scelse perchè scoprì che era l’abbinamento di colori più fastidioso all’occhio umano)
  • una bella pelle ustionata su tutto il corpo, senza capelli e con una dentatura consigliata da zero dentisti su 10
  • infine il suo famoso guanto artigliato

Dulcis in fundo, per spaventare bambini e non, una bella filastrocca rassicurante, presente in ogni episodio.

Qui Krueger è esattamente come Craven lo voleva, taciturno, violento e maniacale fino all’eccesso e misterioso. Per tutto il film eviterà di mostrarsi alla luce del sole ma sarà sempre circondato dalle ombre e dall’oscurità ed esprimerà il suo piacere di uccidere ad ogni sua vittima. Dal terzo capitolo in poi questi tratti muteranno, rendendolo un clown del terrore, dalla battuta facile e desideroso di mettersi in mostra. I fan (me compreso) gradiranno di buon grado questo cambiamento (per quanto io adori il primo episodio) che verrà invece disprezzato dal suo creatore.

Lasciatemelo dire, Craven è un cretino.

Per quanto la sua caratterizzazione iniziale fosse magnifica il personaggio non sarebbe diventato così famoso senza il suo humor nero ad accompagnare la sua, neppur tanto grande, catena di uccisioni. Il regista riporterà il suo personaggio alla caratterizzazione iniziale nel settimo e ultimo (penultimo) capitolo della saga, ovvero Nightmare Nuovo Incubo, uno dei più brutti film che io abbia mai visto.

Clown assassini a parte, Freddy ebbe il merito quindi di portare una ventata di umorismo in un genere caratterizzato da assassini mascherati che non pronunciano parola per tutta la durata della pellicola,senza per questo risparmiare su sangue e gore a profusione.

A Nightmare on Elm Street fu il primo film a essere prodotto in toto dalla New Line: a fronte di una spesa di circa 2 milioni di dollari ne incassò 25 e chiaramente gettò le basi per una lunga serie di sequel che caratterizzarono tutti gli anni 80.

I film affrontano una delle paure più recondite dell’animo umano, davanti alla quale si è quasi totalmente indifesi: puoi scappare da un pazzo armato di machete, puoi abbattere un ciccione che impugna una motosega ma difficilmente puoi smettere di dormire. E se nel mondo del sogni il tuo assassino ha poteri illimitati puoi solo sperare di svegliarti in tempo.

Ma Freddy Krueger deve il 50% della sua fama all’attore che l’ha impersonato in tutti questi anni, ovvero Robert Englund, che in tutta risposta deve tutta la sua fama principalmente a Freddy Krueger.

Io adoro Englund: franchise di Nightmare a parte non ha mai avuto ruoli memorabili (forse nei Visitors), film eccellenti o interpretazioni entrate negli annali del cinema. Eppure è uno di quei personaggi che ispirano simpatia, chiunque abbia lavorato con lui lo definisce una persona affabile e disponibile, ha partecipato a un centinaio di film e telefilm senza mai sbancare il botteghino. Nightmare escluso ovviamente.

Alcuni odiano questo tipo di personaggi, legati indissolubilmente a un ruolo, che saranno sempre e soltanto ricordati per un unico film (o serie di film) come Bruce Campbell o Mr T. A me invece piacciono tantissimo, qualunque cosa facciano, anche se il risultato finale non è dei migliori.

Ricapitolando l’universo di Freddy Krueger si riassume così

  • 6 episodi cinematografici (che affronterò singolarmente più avanti)
  • un ultimo episodio diretto da Craven del quale non dirò nient’altro se non che è bruttissimo
  • una serie tv di 44 episodi, in cui non è proprio protagonista ma fa da presentatore alle serie ( anche se in qualche episodio compare attivamente)
  • un recentissimo crossover con un altro famoso villain del cinema horror: Freddy vs Jason
  • una comic novel che si pone temporalmente dopo Freddy vs Jason e che vede un altra icona del cinema costretta a dover affrontare i 2 cattivoni.  Freddy vs Jason vs Ash vede il protagonista de La casa difendere l’umanità da 2 dei più feroci assassini della storia. Si vocifera di una possibile trasposizione cinematografica.
  • Infine, il recente remake che tra qualche giorno dovrebbe arrivare nelle sale di tutto il mondo. Per la prima volta non sarà Englund a vestire i panni di Freddy ma Jackie Earle Haley, il Rorshach di Watchmen. Piccola curiosità, Haley fece un provino per il primo episodio della serie, accompagnato dall’amico Johnny Depp che venne invece scritturato per un ruolo.

Alcune considerazioni finali: a me Freddy vs Jason è piaciuto veramente tanto tanto, ha avuto un buon successo al botteghino anche se è stato massacrato dalla critica. La storia è ben scritta e vedere due icone del genere darsele di santa ragione è uno spettacolo abbastanza gratificante. Le premesse di questo film risalgono a Jason goes to Hell, nono episodio della saga di Venerdì 13, dove il guanto artigliato di Freddy recupera nel finale della pellicola la maschera di Jason.

Per quanto riguarda il remake ho abbastanza paura: l’attore scelto mi piace tanto, Craven non è stato minimamente contattato e siccome mi sta enormemente sulle palle son felice. In più il trend recente dei remake ha portato alcuni prodotti di buon livello (primo tra tutti il Non Aprite Quella Porta di Nispel).

Eppure ho una tremenda paura che uno dei miei personaggi preferiti venga completamente distrutto: per quanto l’attore mi piaccia non è Englund; si ritorna al vecchio Freddy serioso e taciturno; circolano voci di un orientamento “thriller psicologico”. Incrociamo le dita…

A proposito di dita…l’Italia per una volta si è resa protagonista di uno spot tv con testimonial il nostro caro amico Freddy ma è stato tolto dalla circolazione perchè troppo spaventoso. E’ veramente ridicolo, lo spot era divertente e ironico ma noi italiani siamo bravi nel renderci degli idioti agli occhi del mondo. Lascio a voi giudicare lo spot in questione. Buoni Incubi a tutti!

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