Harpya

aprile 6, 2011

In assoluto la miglior dieta dimagrante.

Ricercando materiale per il mio nuovo progetto mi sono imbattuto in un cortometraggio che vidi da bambino.

Harpya è un corto del 1979, ad opera dell’ingiustamente poco conosciuto Raoul Servais, che vinse addirittura la palma d’oro come miglior corto al Festival di Cannes dello stesso anno.

Quando vedi certe cose ad una certa età ti rimangono per sempre, dopo la visione di questo corto non dormii per giorni ma…non per la paura, ero piuttosto elettrizzato, eccitato, entusiasta di quel che avevo visto: anche questo credo contribuì alla mia futura passione per il fantastico e il cinema in generale.

La storia è abbastanza semplice, un uomo salva una donna che sta per essere uccisa per poi scoprire che si tratta di un’arpia e decide di portarla a casa per allevarla scoprendo però che l’appetito insaziabile della creatura diventerà un grosso problema…

Il fascino del corto è immenso: da una parte la quasi totale assenza di dialoghi che lascia posto ai rumori di sedie che scricchiolano e alla creatura che si ciba; la scenografia minimalista; una costruzione visiva che ingloba surrealismo, impressionismo e astrattismo; infine la particolarissima tecnica di animazione davvero angosciante (forse la scarsa naturalezza dei movimenti li rende spaventosi perchè alieni ad una normalità insita nella nostra quotidianità).

A trenta e passa anni di distanza questo corto mantiene intatto tutto il suo fascino rimanendo una piccola perla del cinema di tutti i tempi.

Godetevelo.

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Grosso guaio a Chinatown

aprile 4, 2011

Adoro Chinatown. L’unico posto dove posso entrare in un bordello sfondando il tetto e scappare a cavallo di un fulmine.

Io non so esattamente cosa provino i bambini di oggi andando al cinema. E non so se i genitori li portino a vedere film che non siano l’ultima marchetta di Hollywood con attori famosi che prestano la voce a lungometraggi di animazione. E non so neppure se esistano film con lo stesso appeal di quello che sto per presentarvi.

So solo che quando a otto anni vedi cose simili nella stanza buia del cinema capisci che la vita prenderà una piega diversa.

Siamo nel 1986 e fa la sua comparsa sui grandi schermi Big Trouble in Little China (da noi Grosso guaio a Chinatown, traduzione che perde un po’ il fascino dell’originale ma comunque accettabile) del Maestro John Carpenter: questo signore è uno dei miei registi preferiti e i suoi film sono uno dei motivi per cui amo tanto gli anni 80, per parlare di lui  servirebbe un blog intero, per ora mi limito a esaminare le sue opere singolarmente (e sono tante che meritano).

Purtroppo Carpenter passò negli anni 80 un terribile periodo di scarso successo al botteghino (lo stesso Big Trouble fu un flop) ma per fortuna, grazie anche all’home video, la gente riuscì ad apprezzare il genio di questo artista e ben presto venne rivalutata tutta la sua cinematografia, elevandola al grado di cult movie e consacrando il regista tra le icone di una generazione.

Grosso guaio è un rimaneggiamento di un vecchio script che giaceva nei sotterranei di Hollywood da diversi anni e narrava inizialmente le gesta di un cowboy nella Chinatown di fine 800: la 20th Century Fox assume così il signor W.D.Ritcher per una modernizzazione della storia che trova collocazione nella San Francisco dei giorni nostri.

La storia è un delirio totale: il camionista Jack Burton (Kurt Russell) assiste al rapimento della futura sposa del suo amico cinese Wang Chi e al furto del suo prezioso Pork Chop Express. Per ritrovarli si scontreranno con bande rivali del quartiere cinese, tra potenti stregoni (le tre Bufere) guidati dal potente Lo Pan, passando per segrete infestate da mostri fino al pirotecnico scontro finale.

Partiamo dal lavoro fatto da C. sul film: da sempre amante del cinema di genere il regista qui da pieno sfoggio delle sue abilità riuscendo a mischiare tanti generi diversi in un’amalgama che tiene col fiato sospeso lo spettatore per tutta la durata. C’è di tutto: la commedia, il film d’azione (quasi parodiato con una scelta azzeccata dell’eroe, tra poco ne parleremo in dettaglio), i film di arti marziali orientali e di fantasmi cinesi, l’horror e il western. Si divincola abilmente tra omaggi a Howard Hawks, Tsui Hark e Roger Corman. La critica di quel periodo calcò la mano proprio su questo punto additandolo come uno dei maggior difetti della pellicola, c’era troppo di tutto e il mestiere del regista non era sufficiente a colmare le lacune di uno script debole.

Per fortuna il tempo ha relegato quei buffoni di critici in un angolino buio, a me piace immaginarli con un Nanni Moretti incazzato a fianco che li umilia rileggendo le loro recensioni.

Il film non lascia respiro nemmeno per un secondo: inseguimenti continui, combattimenti, creature mostruose, effetti speciali, esplosioni (verdi per di più!), gente che entra ed esce volando e quando c’è un apparente momento di calma i dialoghi sono scoppiettanti e la tensione è sempre altissima. Non c’è un solo istante nel film in cui i protagonisti stiano con le mani in mano comunicando allo spettatore quel senso di urgenza e di pericolo imminente proiettandolo all’interno della storia.

Parlavamo del protagonista, Jack Burton.

Il lavoro fatto da regista e attore è immenso: se a prima vista il simpatico camionista può sembrare il classico eroe pronto a risolvere la situazione ci si accorge a poco a poco che è solo la spalla. Un eroe che ha il ruolo di comprimario ma che si erge a protagonista grazie all’enorme carisma che sprizza da tutti i pori del suo corpo.Semplicemente GENIALE.  Acconciatura oleosa e impeccabile, magliettina d’antologia, fare impacciato e sbruffone, un coltello di 20 cm nello stivale e tanta voglia di recuperare il suo camion, magari salvando qualche bella donzella nel frattempo.

Più volte lo stesso Russell ha definito il suo alter ego come un’Indiana Jones in cui tutti i problemi sono però più grandi di lui. Spacconaggine e incoscienza. Battute memorabili: il suo “Sono nato pronto!” è storia del cinema moderno. Si butta a capofitto nelle situazioni per uscirne sconfitto quasi sempre, solo qualche colpo di fortuna o l’intervento provvidenziale di Wang, vero eroe della storia, riesce a salvarlo da morte sicura.

Infine di indimenticabile bellezza le due donne del film che sfoggiano 2 stupendi (seppur finti) occhi verdi capaci di ammaliare qualsiasi vecchio allupato su sedia a rotella (e non).

Qualche piccola curiosità per nerd: una delle tre Bufere (il Fulmine) sarà qualche anno più tardi l’ispirazione per il Rayden, il dio del tuono della serie Mortal Kombat (e forse la stessa cosa avviene con Shang Tsung, ispirato dal vecchiardo Lo Pan); nelle scene finali ambientate nelle segrete appare una strana creatura che ricorda incredibilmente il beholder del GDR Dungeons and Dragons.

Le musiche del film sono dello stesso Carpenter (non è la prima volta per lui) e sono decisamente azzeccate, come suo solito, mai banali e sottolineano perfettamente ogni situazione della pellicola.

Io non posso che consigliarvi caldamente il recupero di questo capolavoro, sia che siate amanti degli anni 80 o semplicemente ammiratori del buon cinema.

E ricordate cosa fa il vecchio Jack Burton, quando dal cielo arrivano frecce sotto forma di pioggia e i tuoni fanno tremare i pilastri del cielo. Sì, il vecchio Jack Burton guarda il ciclone scatenato proprio nell’occhio e dice: “Mena il tuo colpo più duro, amico. Non mi fai paura”.


Thriller

agosto 12, 2010

Seppellita dopo 70 giorni la salma di Michael Jackson: stava terminando le riprese di Thriller 2.

Ah, le battute su MJ non invecchieranno mai, proprio come MJ.

DISCLAMER: Ok, mi fermo qui con le battute, la rete è piena di umorismo nero sul personaggio in questione, soprattutto su temi come dire…”delicati”. Io non sono un fan di Jackson ma i milioni di fan là fuori credo siano troppo suscettibili sull’argomento; inoltre il blog ha un altro scopo.

Detto questo possiamo iniziare a parlare del Re del Pop.

Come detto poco fa non sono un suo ammiratore però esattamente nei favolosi 80’s uscirono una serie di singoli e video che rimasero impressi nella mia memoria e, nonostante le mie preferenze musicali siano profondamente cambiate, rimango ancora piacevolmente colpito nel risentirli.

Thriller è l’album che forse consacrò MJ e che detiene una lista di record più lunga della fedina penale di Dillinger:

  • è l’album che ha venduto di più nella storia (110 milioni)
  • è l’unico ad aver venduto più di 100 milioni di copie
  • rimase al primo posto delle classifiche per 37 settimane consecutive
  • rimase nella top 10 per 80 settimane
  • varie ed eventuali

Ma non è tanto l’album di cui mi interessa parlare (per quanto in futuro ritornerò sull’argomento trattando alcuni dei suoi singoli) quanto della canzone che gli da il titolo e soprattutto del video.

Thriller segna infatti un punto di svolta nella percezione visiva della musica: introduce un fattore cinematografico nei videoclip che finora era stato trascurato. Questa simbiosi musica-cinema diventerà fondamentale nelle 2 decadi a seguire, dando vita a una miriade di minifilm legati ai singoli di successo: purtroppo questa tendenza è attualmente scomparsa, i video attuali riprendono semplicemente i cantanti che … beh, che cantano, magari circondati da una serie di tope semisvestite. Per carità, la topa è sempre la benvenuta ma i videoclip di oggi sono terribili, inutili e senza senso. Qualche eccezione esiste ancora ma è più unica che rara.

Thriller è la pietra miliare del suo genere, una ministoria horror di quasi 14 minuti nella sua versione integrale (ne esistono altre 2 di 8 e 7 minuti rispettivamente) che ha una trama ben definita (niente di complicato per carità, ma una novità assoluta a quei tempi) e una coreografia incredibile. Il tutto nasce dopo che MJ vede Un lupo mannaro americano a Londra, pellicola horror del grande John Landis: il cantante se ne innamora e decide di fare un video musicale simile.

La Sony gli ride in faccia, anche perchè il singolo era uscito da oltre un anno (l’album esce nel 1982 mentre il video nell’84) e non c’era necessità di spendere quei soldi. MJ è però risoluto e decide di realizzarlo di tasca propria, chiamando a dirigerlo lo stesso Landis. La prima parte del videoclip è un chiaro omaggio al regista e al film, con una trasformazione del cantante in un licantropo.

A fronte di una spesa di mezzo milione di dollari il successo è planetario, le vendite dell’album triplicano e viene prodotta addirittura una VHS contenente un documentario di 40 minuti con il making of: anche questa avrà un successo inaspettato, vendendo oltre 9 milioni di copie, altro record.

La storia, come accennato poco fa, è abbastanza semplice: MJ e la sua ragazza (l’ex Playmate e attrice Ola Ray) stanno guardando un film horror al cinema, all’uscita passano davanti a un cimitero, una schiera di zombie comincia a inseguirli fino a quando lo stesso protagonista non diventa uno di loro. Iniziano così un’inseguimento a ritmo di danza, sulle note dell’omonima canzone fino ad arrivare al finale che non svelo perchè fa troppa pauuuuuura (non è vero, però almeno così ve lo guardate).

Nella voce del narratore troviamo  l’indimenticabile Vincent Price, intramontabile icona del cinema horror;  inoltre il settore dell’effettistica e del make up viene affidato ad uno dei più grandi professionisti della storia del cinema, Rick Baker: insomma, per la prima volta nella storia musicale viene dedicata una cura maniacale nella realizzazione di un videoclip e tutto ciò verrà ripagato da una ricezione entusiastica dai media e dai fan.

Impossibile poi dimenticare il vestito rosso che MJ indossa nel video: questo e molti altri abiti dell’artista contribuiranno in seguito a identificarlo facilmente in ogni parte del globo.

Nel 2009 Michael Jackson’s Thriller viene infine scelto dal National Film Registry per essere preservato nella Libreria del Congresso: è il primo videoclip nella storia a ricevere questo onore.

Tutto il resto venuto dopo (commemorazioni, omaggi, cover, anniversari) non mi interessa molto (a parte questo)ma Thriller nella sua prima incarnazione  rimarrà per sempre nel mio immaginario, nonchè ricordo indelebile di quei favolosi anni 80.

E dopo tante chiacchere non resta che lasciarvi con la versione integrale del video.

Il miglior modo per avere dei brutti incubi è bruciare vivo un serial killer di bambini.O mangiare la mia peperonata.

Ho già affrontato il tema della riconoscibilità parlando di Indy, a volte basta una foto, un’espressione, un indumento talmente particolare da renderti famoso in tutto il mondo, a volte passando di generazione in generazione. Che sia un guerrigliero rivoluzionario barbone che fuma il sigaro o un fisico spettinato che fa la linguaccia ci sono immagini che entrano nell’immaginario collettivo a gran forza e vi si schiodano con estrema difficoltà.

Quanti di voi non hanno riconosciuto il personaggio al quale appartiene quel guanto?

Freddy Krueger arriva sul grande schermo nel 1984 per mano del giovane Wes Craven, il quale dopo essersi già cimentato con degli interessantissimi lavori d’esordio (L’ultima casa a sinistra, Le colline hanno gli occhi) decide di seguire il filone degli slasher movie venuti alla ribalta anche grazie a personaggi come il Michael Myers di Halloween, il Leatherface di Non aprite quella porta o il Jason Voorhees di Venerdì 13. Serve un cattivo carismatico, con un’arma riconoscibile e unica e magari anche dei poteri particolari che lo differenzino dai suoi colleghi, alla fin fine nient’altro che nerboruti omaccioni il più delle volte indistruttibili.

Craven si ispira mooooooolto alla lontana ad un fatto di cronaca, e per dare una caratterizzazione fisica e un nome al suo protagonista si basa su…un vecchio barbone sfigurato e un bullo che tormentava il regista nella sua giovinezza. Dall’unione di questi elementi e grazie alla fervida immaginazione di Craven nasce così uno dei cattivi più memorabili e famosi della storia del cinema, Freddy Krueger.

Le origini e il passato del protagonista, che vengono svelate a poco a poco durante la lunga sequela di episodi cinematografici a lui dedicati, non sono dei migliori: Amanda Krueger decide di diventare suora all’età di 18 anni e il suo primo lavoro la porta nell’ospedale psichiatrico di Westin Hill. Il lavoro non è male fino a quando non viene dimenticata durante le vacanze di natale dentro all’edificio contenente i pazzoidi più pericolosi dell’istituto. Avete presente Mamma ho perso l’aereo? Ecco, metteteci una diciotenne nel fiore della sua giovinezza al posto di Macaulay Culkin e decine di psicopatici violenti e arrapati al posto di Joe Pesci e compare: otterrete un tranquillo week end di stupri multipli e ripetuti condito da una sana dose di botte. Nove mesi più tardi Frederick Charles Krueger verrà messo alla luce.

La sua vita procede serenamente, tra un padre adottivo alcolizzato che abusa di lui, dei simpatici compagni di scuola che gli affibiano l’innocente soprannome di “Figlio bastardo di cento maniaci”, il tutto mentre coltiva salutari hobby come la tortura e l’uccisione di piccoli animali.  Le sue buone azioni comprendono l’ammazzare il padre adottivo, l’ammazzare la moglie (dalla quale avrà una figlia), l’ammazzare i figli dei suoi ex compagni di scuola che lo deridevano da piccoli. Insomma, aveva sta fissa dell’ammazzare.

Viene arrestato per gli omicidi dei bambini ma per un vizio di forma viene rilasciato. I genitori dei bambini uccisi la prendono bene e, impugnando torce e forconi, lo bruciano vivo. Ma siccome Freddy aveva sta passione dell’ammazzare stipula un patto con tre demoni dell’inferno che gli permettono di continuare a uccidere nei sogni.

Questa in breve l’infanzia di Krueger, nel primo episodio della lunga serie affronterà un gruppo di quattro teenager (vittime sacrificali preferite da questo genere di film perchè dicono le parolacce, ascoltano il rocchenroll e fanno tanto sesso, sti sporcaccioni) capitanati da Nancy che sarà l’unica a sopravvivvere alla fine. Da notare che questo film sarà quello d’esordio di Johnny Depp che farà proprio una bella fine.

In questo primo capitolo Freddy si presenta in tutta la sua fierezza: l’estetica prima di tutto.

  • un fedora, come quello di Indy, solo un po’ più stropicciato
  • un maglione slabbrato a righe orizzontali rosse e verde scuro (che Craven scelse perchè scoprì che era l’abbinamento di colori più fastidioso all’occhio umano)
  • una bella pelle ustionata su tutto il corpo, senza capelli e con una dentatura consigliata da zero dentisti su 10
  • infine il suo famoso guanto artigliato

Dulcis in fundo, per spaventare bambini e non, una bella filastrocca rassicurante, presente in ogni episodio.

Qui Krueger è esattamente come Craven lo voleva, taciturno, violento e maniacale fino all’eccesso e misterioso. Per tutto il film eviterà di mostrarsi alla luce del sole ma sarà sempre circondato dalle ombre e dall’oscurità ed esprimerà il suo piacere di uccidere ad ogni sua vittima. Dal terzo capitolo in poi questi tratti muteranno, rendendolo un clown del terrore, dalla battuta facile e desideroso di mettersi in mostra. I fan (me compreso) gradiranno di buon grado questo cambiamento (per quanto io adori il primo episodio) che verrà invece disprezzato dal suo creatore.

Lasciatemelo dire, Craven è un cretino.

Per quanto la sua caratterizzazione iniziale fosse magnifica il personaggio non sarebbe diventato così famoso senza il suo humor nero ad accompagnare la sua, neppur tanto grande, catena di uccisioni. Il regista riporterà il suo personaggio alla caratterizzazione iniziale nel settimo e ultimo (penultimo) capitolo della saga, ovvero Nightmare Nuovo Incubo, uno dei più brutti film che io abbia mai visto.

Clown assassini a parte, Freddy ebbe il merito quindi di portare una ventata di umorismo in un genere caratterizzato da assassini mascherati che non pronunciano parola per tutta la durata della pellicola,senza per questo risparmiare su sangue e gore a profusione.

A Nightmare on Elm Street fu il primo film a essere prodotto in toto dalla New Line: a fronte di una spesa di circa 2 milioni di dollari ne incassò 25 e chiaramente gettò le basi per una lunga serie di sequel che caratterizzarono tutti gli anni 80.

I film affrontano una delle paure più recondite dell’animo umano, davanti alla quale si è quasi totalmente indifesi: puoi scappare da un pazzo armato di machete, puoi abbattere un ciccione che impugna una motosega ma difficilmente puoi smettere di dormire. E se nel mondo del sogni il tuo assassino ha poteri illimitati puoi solo sperare di svegliarti in tempo.

Ma Freddy Krueger deve il 50% della sua fama all’attore che l’ha impersonato in tutti questi anni, ovvero Robert Englund, che in tutta risposta deve tutta la sua fama principalmente a Freddy Krueger.

Io adoro Englund: franchise di Nightmare a parte non ha mai avuto ruoli memorabili (forse nei Visitors), film eccellenti o interpretazioni entrate negli annali del cinema. Eppure è uno di quei personaggi che ispirano simpatia, chiunque abbia lavorato con lui lo definisce una persona affabile e disponibile, ha partecipato a un centinaio di film e telefilm senza mai sbancare il botteghino. Nightmare escluso ovviamente.

Alcuni odiano questo tipo di personaggi, legati indissolubilmente a un ruolo, che saranno sempre e soltanto ricordati per un unico film (o serie di film) come Bruce Campbell o Mr T. A me invece piacciono tantissimo, qualunque cosa facciano, anche se il risultato finale non è dei migliori.

Ricapitolando l’universo di Freddy Krueger si riassume così

  • 6 episodi cinematografici (che affronterò singolarmente più avanti)
  • un ultimo episodio diretto da Craven del quale non dirò nient’altro se non che è bruttissimo
  • una serie tv di 44 episodi, in cui non è proprio protagonista ma fa da presentatore alle serie ( anche se in qualche episodio compare attivamente)
  • un recentissimo crossover con un altro famoso villain del cinema horror: Freddy vs Jason
  • una comic novel che si pone temporalmente dopo Freddy vs Jason e che vede un altra icona del cinema costretta a dover affrontare i 2 cattivoni.  Freddy vs Jason vs Ash vede il protagonista de La casa difendere l’umanità da 2 dei più feroci assassini della storia. Si vocifera di una possibile trasposizione cinematografica.
  • Infine, il recente remake che tra qualche giorno dovrebbe arrivare nelle sale di tutto il mondo. Per la prima volta non sarà Englund a vestire i panni di Freddy ma Jackie Earle Haley, il Rorshach di Watchmen. Piccola curiosità, Haley fece un provino per il primo episodio della serie, accompagnato dall’amico Johnny Depp che venne invece scritturato per un ruolo.

Alcune considerazioni finali: a me Freddy vs Jason è piaciuto veramente tanto tanto, ha avuto un buon successo al botteghino anche se è stato massacrato dalla critica. La storia è ben scritta e vedere due icone del genere darsele di santa ragione è uno spettacolo abbastanza gratificante. Le premesse di questo film risalgono a Jason goes to Hell, nono episodio della saga di Venerdì 13, dove il guanto artigliato di Freddy recupera nel finale della pellicola la maschera di Jason.

Per quanto riguarda il remake ho abbastanza paura: l’attore scelto mi piace tanto, Craven non è stato minimamente contattato e siccome mi sta enormemente sulle palle son felice. In più il trend recente dei remake ha portato alcuni prodotti di buon livello (primo tra tutti il Non Aprite Quella Porta di Nispel).

Eppure ho una tremenda paura che uno dei miei personaggi preferiti venga completamente distrutto: per quanto l’attore mi piaccia non è Englund; si ritorna al vecchio Freddy serioso e taciturno; circolano voci di un orientamento “thriller psicologico”. Incrociamo le dita…

A proposito di dita…l’Italia per una volta si è resa protagonista di uno spot tv con testimonial il nostro caro amico Freddy ma è stato tolto dalla circolazione perchè troppo spaventoso. E’ veramente ridicolo, lo spot era divertente e ironico ma noi italiani siamo bravi nel renderci degli idioti agli occhi del mondo. Lascio a voi giudicare lo spot in questione. Buoni Incubi a tutti!

Le persone invecchiano.Le persone anziane vanno in pensione. E si godono il meritato riposo. Capito George? FFS SMETTILA DI SCRIVERE IL QUINTO!!!!!!!!!!!!!

Non so voi ma io da piccolo non volevo fare l’astronauta o il dottore, volevo fare l’archeologo. Anzi, volevo fare l’Indiana Jones.

Ci sono momenti e personaggi che formano in modo indelebile l’immaginazione di un bambino e Indy è stato uno di questi per una intera generazione.

Divertente, carismatico, affascinante, colto e allo stesso tempo dinamico, avventuroso. E anche un po’ imbranato. Chi, all’età di 10 anni, non vorrebbe essere così?

Il personaggio interpretato da Harrison Ford è stato (è) troppo importante per non dedicargli dello spazio su queste pagine: stavolta mi concentrerò su informazioni generali e poi esaminerò l’episodio della saga che più mi colpì durante l’infanzia, ovvero Temple of Doom. Ma ci sarà tempo in futuro per parlare anche degli altri due episodi della trilogia (sì, trilogia…)

Tutto inizia negli anni 70, quando George Lucas rimane affascinato dagli eroi dei film d’avventura anni 30 e a poco a poco costruisce un personaggio dalla duplice natura di stimato professore e nel contempo di dinamico archeologo. Parlerà dell’idea al suo amico Steven Spielberg e nel 1981 uscì nelle sale il primo episodio della serie, Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Il successo è stellare, miglior incasso dell’anno e ben quattro premi Oscar.

In realtà tutto sarebbe potuto andare diversamente e nel ruolo che ha consacrato (ehm cioè, uno dei tanti a dire il vero) Harrison Ford oggi avremmo potuto trovare Tom Selleck, prima scelta di Lucas : il regista aveva già lavorato in 3 dei suoi film con Ford e aveva paura di cadere nella sindrome Scorsese-De Niro. Purtroppo (per lui) Selleck fu costretto a rifiutare su imposizioni della CBS con la quale girava a quel tempo Magnum P.I., l’emittente televisiva addusse come motivazioni il sovrapporsi delle riprese, cosa che in realtà non avvenne, facendo perdere al simpatico baffone uno dei ruoli più importanti nella storia del cinema. A tre settimane dal primo ciak venne scritturato definitivamente Ford.

Parte del successo è dato dalla riconoscibilità del personaggio: chiunque riuscirebbe a determinare l’identità della silhouette di Indiana.

Tanti i tratti distintivi

  • il fedora, uno dei simboli di Indy, in quasi ogni scena che lo vede protagonista nella sua veste di “scienziato sul campo” è provvisto di cappello
  • la frusta, fondamentale in ogni episodio della serie
  • la giacca di pelle
  • la borsa a tracolla

Ma anche la dualità del personaggio è stata una calamita per il grande pubblico: Ford è affabile, affascinante e carismatico quando tiene lezioni nella sua università, ribadendo che la carriera dell’archeologo si svolge per il 90% in biblioteca, facendo ricerche sui libri.

Salvo poi fiondarsi in qualche sperduto angolo del mondo in cerca di tesori dimenticati.

La sua figura di archeologo è vista oggi poco realistica ma più di uno studioso ha riconosciuto che quelli erano altri tempi, dove la mancanza di mezzi costringeva i singoli ad “arrangiarsi”. Nonostante venga definito da molti un semplice razziatore di tombe di ben altra idea è una seconda scuola di pensiero che riconosce a Indy il suo spirito romantico e l’amore per la divulgazione (uno dei fondamenti del personaggio è che i reperti andrebbero esposti nei musei e non tenuti da qualche miliardario collezionista) tanto che nel 2008 Ford è entrato a far parte dell’Archaeological Institute of America il quale ha riconosciuto al suo personaggio di aver diffuso nel mondo la sua passione per l’archeologia.

Sono decine i personaggi cinematografici che hanno preso ispirazione da lui, senza però eguagliarne il successo, forse perchè troppo incentrati sul suo lato avventuroso, tralasciando gran parte del carisma e della sua cultura. Tra questi ricordiamo la tettona Lara Croft di Tomb Raider, la tettona (eh sì, generalmente le tette servono a colmare il carisma, in realtà servono a colmare qualunque lacuna…) Tia Carrere in Relic Hunter e il più famoso Brendan Fraser protagonista della trilogia della Mummia.

Indiana Jones è stato protagonista anche di una serie televisiva,Le avventure del giovane Indiana Jones, che ripercorre tutte le tappe principali  della gioventù del provetto archeologo: in realtà la serie ha più un risvolto educativo, vengono affrontati periodi storici ben definiti nei quali compaiono figure fondamentali, soprattutto del periodo riguardante la prima guerra mondiale. Indiana Jones (il cui vero nome è Henry Walton Jones Junior, nome odiato dal protagonista che adotterà quello suo cane Indiana) compare nella sua forma più anziana, priva di un occhio, come narratore di ogni episodio. La continuity sembra comunque essere approvata dallo stesso Lucas, e quindi ufficiale.

Oltre a questo sono stati numerosi i videogame a lui dedicati, ancora oggi, dimostrando che il personaggio è davvero senza tempo. Memorabile è stata l’avventura grafica Indiana Jones and the fate of Atlantis, tanto che per diversi anni circolò la voce che fosse il prossimo film ad essere portato sullo schermo. Poi purtroppo le cose sono andate in altro modo.

Indiana Jones e il Tempio Maledetto.

Considerato da molti il minore della trilogia (perchè come sappiamo NON ESISTE UN QUARTO EPISODIO) è invece il mio preferito. Ho un’immagine vivida nella mia mente di quando lo vidi al cinema: guardai tutta la parte delle caverne di fuoco in piedi, sostenendomi sui braccioli della poltrona dall’emozione. Era il 1984 e avevo 6 anni. Non ringraziai mai abbastanza i miei genitori per quella serata.

Il film ha un fascino indimenticabile, decisamente più cupo e oscuro degli altri capitoli, è ambientato cronologicamente prima dei Predatori e ha un umorismo nero che dona alla pellicola un valore aggiunto: a fare da spalla comica del professor Jones troviamo il piccolo Short Round (Shorty da noi) che sarà poi uno dei protagonisti di un’altra pietra miliare degli anni 80, il Data dei Goonies (ne riparleremo tranquilli).

Sono innumerevoli le scene memorabili: dalla caduta in gommone dal cielo allo stupendo banchetto esotico, dal passaggio segreto condito di insetti alla decuorazione (nuovo termine dello Zingarelli), dall’inseguimento sui carrelli allo showdown sul ponte.

E’ l’episodio più atipico dei tre (che ricordiamo è il numero perfetto, non come il quattro, adorato dai delinquenti), non ci sono scene che si svolgono all’interno dell’università così come non compare nessuno dei comprimari abituali di Indy, come l’amico di famiglia Marcus Brody e il panzone Sallah.

Dopo una fuga rocambolesca da Shangaii, il terzetto formato dall’archeologo, dall’amico Shorty e dalla cantante “Willie“, si ritrovano in India dove aiuteranno una comunità a ritrovare i loro preziosi artefatti trafugati, sconfiggendo una setta di Thugs adoratrice della dea Kali e capeggiata da un’invasato senza cuore (che perciò lo ruba agli altri, letteralmente )

Vi lascio con la scena del pranzo, una delle più divertenti di tutta la serie, magistralmente diretta, perchè riesce a rendere una scena piuttosto verbosa dove viene dato un background storico al film e allo stesso tempo viene stemperato dai due co-protagonisti.

Brivido (il film)

marzo 2, 2010

Steven Spielberg.Martin Scorsese.Ed Wood.Stephen King. Trovate l’intruso.

Primo indizio: è un pessimo regista.

Secondo indizio: scrive libri nel tempo libero.

Nel lontano 1986 uno degli scrittori di maggior successo decise di cimentarsi con il favoloso mezzo delle immagini in movimento, ma piuttosto che farlo a casetta sua con i pupazzetti delle merendine, scelse di farlo sperperando circa 10 milioni di dollari.

Dopotutto chi meglio di Stephen King poteva trasporre sul grande schermo un romanzo di Stephen King?

Stanley Kubrick, ma questa è un’altra storia.

Maximum Overdrive (Brivido nella traduzione italiana) è l’adattamento di un racconto breve, Trucks, contenuto nella raccolta Night Shift (A volte ritornano): King è ormai uno scrittore affermatissimo a livello mondiale e sono numerose le trasposizioni cinematografiche che cominciano a fioccare nei cinema del pianeta, da Carrie a La Zona Morta, da Creepshow a Christine. Lo scrittore è ormai stanco dei risultati che giudica inferiori alle sue opere arrivando a giudicare male lo stesso Shining (giusto per sottolineare la grande modestia di King…) e criticando Kubrick per aver snaturato le intenzioni del romanzo. Decide quindi che se il film tratto da un suo romanzo deve essere una mezza schifezza l’artefice deve esserne lui. Missione compiuta Stephen.

Scherzi a parte, il film non è sto granchè (dopo le riprese K. dichiara che la sua curiosità è soddisfatta, che capisce quanto sia difficile e che non ci riproverà più per parecchio tempo, e di questo gliene siamo grati) però rimane un ricordo indelebile di quegli anni: pochi possono dimenticare il grosso faccione del Goblin (un nemico storico di Spider Man) che troneggia su uno dei camion assassini del film.

La trama è abbastanza semplice e lineare: la terra viene attraversata dalla scia di una cometa che per una settimana rende tutti i macchinari capaci di intendere e di volere, ribellandosi così al genere umano. Il film si concentra su uno sparuto gruppo di persone all’interno di un distributore di benzina che cerca di sopravvivere dall’assedio di decine di camion inferociti.

La recitazione non è alle stelle (nel cast troviamo un giovanissimo Emilio Estevez e la poco conosciuta da noi Yeardley Smith, ma famosissima in patria essendo colei che presta la voce a Lisa Simpson) così come i dialoghi, ma la tensione narrativa, soprattutto nella prima parte del film, rimane nella media dei prodotti dell’epoca e comunque godibile per una serata a cervello spento.

Rimangono però diverse scene memorabili, come quella iniziale del ponte, il cameo dello stesso King che si fa dare dello stronzo da un bancomat e la sequenza del campo da baseball, con la macchina sparabibite e il rullo compressore.

Il film venne rimaneggiato per ottenere il visto della censura, essendo molto più splatter nelle intenzioni originali del regista: nella succitata scena del rullo compressore K. volle un sacchetto di sangue piazzato vicino al cadavere del bambino per ottenere un effetto “linea di sangue” ma questo esplose simulando l’esplosione della testa del ragazzo. A K. l’effetto finale anche se inaspettato piacque ma la censura si oppose e fu necessario il taglio: leggende metropolitane narrano che persino Romero vedendo la sequenza integrale fu sul punto di vomitare.

L’intera colonna sonora fu affidata dallo stesso regista agli AC/DC che compaiono anche in un cameo all’inizio del film (così come un furgoncino col loro logo nella sequenza del ponte).

Come già detto il film non è necessariamente una schifezza totale, è gravemente affetto da grossi difetti (la minaccia è globale ma noi la viviamo quasi esclusivamente in un ambiente ristretto, personaggi stereotipati, molti clichè, dialoghi risibili e senza battutacce memorabili che caratterizzavano i film dell’epoca e una trama che fa calare la tensione sempre più avvicinandosi alla fine) ma è decisamente da recuperare se non l’avete mai visto.

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