“Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!” Paris Hilton mentre consegna il portacipria ai poliziotti.

Da bambino ero un grande ingenuo, non so perchè ma quando guardavo un cartone immaginavo che gli autori fossero bimbi come me e non adulti dall’immaginazione perversa: viste coi nostri occhi innocenti le serie animate non avevano nulla di strano ma se le esaminiamo oggi ci accorgiamo che erano un concentrato di malvagità e deviazione dell’animo umano. Frustrati sceneggiatori infarcivano le storie delle loro più nascoste passioni con l’unico scopo di plagiare le deboli menti dei bambini di tutto il mondo.

Pollon è una delle più grandi mistificazioni di tutti i tempi: Malgioglio che spaccia a Pupo i suoi gargarismi a base di uccelli africani per degustazioni gastronomiche era un principiante a confronto.

Divinità greche?

Ma non scherziamo, l’Olimpo non è altro che una grossa organizzazione criminale e la giovane Pollon tenta di inserirsi nell’ambiente come spacciatrice di stupefacenti: è accompagnata nelle sue avventure dal giovane Eros, un maniaco sessuale che gestisce il racket della prostituzione. Col suo talco che dona l’allegria renderà felici migliaia di persone e scalerà lentamente l’organizzazione capeggiata dal malvagio padrino Zeus.

Ecco, avete assistito alla recensione di Pollon da parte di un addetto alla censura italiano.

In realtà…

Se proprio vogliamo essere pignoli e vedere il male dappertutto possiamo partire dall’autore Hideo Azuma: il manga Olimpos no Polon viene pubblicato tra il 1977 e il 1979 sulla rivista Princess dell’Akita Shoten e qualche anno più tardi viene prodotto l’anime di 46 episodi Ochamegami monogatari korokoro Poron (più o meno La storia della dea pasticciona koro koro Pollon). Azuma avrà una vita piuttosto turbolenta, con grossi problemi di alcool e un tentato suicidio: abbandonate le leggerezze della piccola dea si dedicherà prevalentemente al genere lolicon.

E sentite cosa dice Liliana Sorrentino, la doppiatrice italiana di Pollon, in un’intervista su Hit Parade Italia:

Chiunque abbia visto anche un solo passaggio televisivo, non potrà non ricordare la celebre filastrocca del talco, il quale, offerto a qualche triste personaggio sventurato serve a ..dargli l’allegria. Ebbene, nella versione originaria la polverina tanto osannata come miracolosa, è nient’altro che una nota droga, polverizzata in piccole dosi. Il malizioso ideatore della serie aveva provocatoriamente attribuito a questo noto stupefacente il potere di dare vigore alle creature “scoraggiate” della serie. In terra nostrana, tuttavia, la produzione nipponica era destinata a ben altra fascia di spettatori. Sarebbe stato quanto meno inopportuno, se non anti-educativo, lasciare che gli intenti originari permanessero sulla Tv destinata ai ragazzi degli anni 80.


Bene, dopo aver risvegliato il bimbo che è in voi e averlo barbaramente ucciso con queste ultime informazioni possiamo inziare a parlare della nostra combinaguai preferita, la piccola Pollon!

Secondo il mio modesto parere Pollon è uno degli anime più famosi, importanti e ricordati degli anni 80 e i motivi sono tanti: prima di tutto ebbe il pregio di raccontare (con mooooolte licenze artistiche) la mitologia greca in modo allegro e scanzonato e lasciando le redini della narrazione ad un personaggio totalmente inventato come Pollon.

Gli amanti della classicità storceranno chiaramente il naso, i temi e i personaggi sono trattati in maniera decisamente demenziale perdendo quel rigore e quella serietà propri dell’opera originale ma nonostante ciò mi avvicinai alla vera mitologia greca proprio spinto dalla curiosità che quel mondo fantastico fatto di creature mostruose e divinità onnipotenti mi aveva instillato. Credo che in molti abbiano fatto lo stesso.

In Italia siamo stati particolarmente fortunati perchè abbiamo potuto godere di due elementi fondamentali per il successo della serie: prima di tutto l’incredibile doppiaggio. Sfido chiunque abbia visto Pollon da bambino a non ricordarsi l’esatta impostazione della voce dei personaggi più famosi: la stridula Pollon, il gracchiante Eros o lo scorbutico Zeus. Leggendo varie interviste ho poi scoperto che molte cose della versione italiana sono “nostre” invenzioni, totalmente assenti dalla versione originale: i vari papino, pennuto, poppante… sono tutti termini ideati di sana pianta dai nostri doppiatori. E bisogna ammettere che senza questa parlata la serie perderebbe molto del suo fascino.

E poi la sigla: gli anni 80 in Italia sono stati particolarmente famosi sotto questo aspetto e Pollon sta tra i gradini più alti. Cantata dal sogno erotico di ogni bambino, Cristina D’Avena, è rimasta in testa a chiunque l’abbia ascoltata almeno una volta. Se invece non l’avete mai sentita provate vergogna di voi stessi e rimediate subito.

Qui la versione televisiva

e qui quella integrale

Grazie a questi fattori la serie ebbe un riscontro fortissimo in Italia e siamo forse il paese nel quale la serie ha avuto più successo in assoluto (esclusa la patria ovviamente).

La serie era assolutamente esilarante grazie all’utilizzo di certi trucchetti narrativi: prima di tutto era un miscuglio totale di culture. Nonostante l’ambientazione fosse quella della mitologia greca ci trovavamo spesso a incursioni nel mondo moderno o nella tradizione giapponese (Pollon che dorme nel futon ad esempio).

Inoltre la caratterizzazione dei personaggi, macchiette parodiate delle divinità originali con risultati a volte totalmente esasperati: fare di Poseidone, colui che governa il mare, un dio che non sa nuotare o Eros, il dio dell’amore, brutto e schifato dalle donne sono tocchi di classe che rendono la serie uno spasso.

Tutte le più famose storie e leggende del mito sono presenti: dal minotauro a Icaro, da Pegaso ad Aracne, tutte raccontate con leggerezza, senza l’originale violenza e con un’immancabile lieto fine che a volte diventa forse troppo sdolcinato.

La storia si può dividere in due grandi tronconi, nella prima Pollon cerca di diventare una dea e nella seconda…beh, è diventata una dea 😐

Il progresso di Pollon viene mostrato mediante un salvadanaio a forma di trono che diventa più grande ad ogni monetina che Zeus le regala, monetine che sono il premio per le sue buone azioni. La seconda parte è in realtà molto meno divertente ma merita comunque la visione.

In Italia la Yamato Video ha rilasciato una bella versione in due box che contiene sia l’audio italiano che quello originale.

Mentre vado ad investigare sulla filastrocca nella versione giapponese vi lascio con l’irritante provino di Pollon a X-Factor!

Brutti tempi gli anni 80, quando il silicone veniva sprecato per sigillare la doccia.

Ok, ammetto di avere un problema, mi piacciono le donne.

Ma se c’è una categoria di persone che è messa peggio di me è quella dei pubblicitari.

Prendiamo ad esempio i genialoidi della Saratoga: il loro ultimo spot (ne riparleremo tra poco) è un delirio tale che nemmeno Hunter Thompson dopo un clistere di LSD e tamarindo avrebbe potuto concepire.

Ma partiamo dagli inizi, partiamo dal 1985: una sensuale ragazza con le vampate di calore e qualche evidente disturbo mentale decide una normale doccia fredda non è sufficiente e decide di sperimentare il sesso con i pesci tuffandosi nel gigantesco acquario di casa. Ma c’è un problema! Riuscirà l’acquario a reggere all’enorme pressione delle chiappe femminili?

E qui arriva in soccorso SARATOGA IL SILICONE SIGILLANTEEEEEE.

Un motivetto tra l’irritante e l’assuefante che legherà per sempre la parola silicone alla topa.

Come se ne sentissimo il bisogno.

Lo spot ebbe un successo incredibile ma il rinnovamento in una grande azienda è necessario.

Nel 2006 viene ripresa la stessa idea con alcune varianti:

  • l’acquario è leggermente più grande di uno domestico e leggermente inferiore a quello di Genova
  • viene cambiata la modella che ha l’incredibile abilità di rimanere pettinata sotto l’acqua
  • viene ingaggiata una speaker con evidenti trascorsi di alcool e droga per cantare il jingle

Ma non è abbastanza, bisogna osare, bisogna trascendere, bisogna andare oltre!

Con la chiusura dei manicomi molte persone si trovarono immesse nella società senza un lavoro, è qui che il settore pubblicitario venne incontro a questi individui. Non si spiega altrimenti il recente spot della Saratoga, non più un silicone sigillanteeeeeee ma una vernice antiruggine.

Lo spot è altamente innovativo: una signora d’alto borgo, in tuta da lavoro (nell’alta società la tuta da lavoro è composta da un abito da sera bianco, tacchi a spillo e collana di perle), sta riverniciando una vecchia gabbia a grandezza umana usata nelle serate sadomaso con gli amici. E’ aiutata nell’impresa dalla BRAVISSIMA Giovanna che, in cima alla scala, raggiunge i punti più complicati: indossa una elegante divisa da pornocolf per niente stereotipata. Il finale non lo svelo perchè merita di essere visto.

E se non fosse abbastanza…

Perciò ricordate, che dobbiate sigillare una doccia o riverniciare un cancello è d’obbligo premunirsi di una (o più) belle tope.

La topa, essenziale per il fai da te.

The Banana Splits Show

marzo 9, 2011

Un bel giorno i pupazzi televisivi decisero di provare gli acidi. Oggi ci ritroviamo con i Teletubbies.

Dopo un paio di giorni di assenza (ehm) dovuti a sfighe varie riprendiamo il nostro viaggio nel magico mondo dei ricordi.

Anche stavolta faremo uno strappo “temporale”, nonostante il programma sia nato negli States sul finire degli anni sessanta arrivò da noi molto più tardi, proprio nella nostra decade preferita.

E’ in assoluto uno dei miei programmi preferiti di quel tempo e uno degli articoli a cui tengo maggiormente (tra i quali vi ricordo i mitici Misfits!).

Sto parlando del Banana Splits Show.

Bisogna ammettere che il programma è effettivamente più vicino agli anni 60 che agli 80: totalmente psichedelico e nonsense, si colloca perfettamente nell’epoca dei figli dei fiori ma resta in ogni caso una tappa fondamentale per chiunque sia cresciuto alcuni anni più tardi.

Lo show altro non era che un programma contenitore per ragazzi che inframezzava sketch e spezzoni live action a telefilm e cartoni animati: dei primi erano protagonisti appunto i Banana Split, un quartetto musicale sulla falsariga di gruppi come Beatles e Monkees, i cui membri erano rappresentati da un cane (il leader, Feegle, da noi inspiegabilmente tradotto come Swingo), un gorilla (Bingo), un leone (Drooper) e un elefante (Snorky). Snorky era l’unico che non parlava ma si esprimeva a barriti ed era generalmente il più sfigato, una specie di antenato di Kenny di South Park. Inutile aggiungere che era anche il mio preferito.

Il merito dello show è tutto di una coppia che è stata fondamentale per l’intrattenimento televisivo per ragazzi, da allora fino ai giorni nostri, ovvero William Hanna e Joseph Barbera, o più semplicemente Hanna & Barbera. E’ inutile e offensivo che mi dilunghi a spiegare chi e cosa hanno creato durante la loro lunghissima carriera, se siete curiosi potete colmare la lacuna cliccando sui loro link.

Lo show va inizialmente in onda nel 1968 e ha una durata di 2 stagioni per un totale di 31 episodi da un’ora l’uno (18 la prima e 13 la seconda): come detto poco fa i segmenti live action erano intervallati da svariati cartoni e serial che meritano qualche parola a parte.

Il più importante di tutti è, a mio modesto parere, Danger Island, un serial avventuroso/avventuristico/avventuristicoso della durata di circa 3 ore ma diluito in miniepisodi da 5 minuti circa: vengono narrate le gesta di un archeologo, di sua figlia e del suo assistente, alla ricerca di un’antica città segreta in un’isola misteriosa. Al gruppo si uniranno poi il mercante Morgan e la sua spalla Chongo che si esprimeva solo mediante strani versi. Gli antagonisti dei nostri eroi erano un gruppo di scalcinati pirati e gli indigeni cannibali dell’isola, i cosiddetti Skeleton Man, per via del loro disegno tribale che li faceva somigliare a degli scheletri.

Il tono del serial è decisamente umoristico, con gag e tormentoni ripetuti e l’utilizzo di di velocizzazioni video per acuire l’effetto esilarante, proprio come si faceva nelle vecchie comiche in bianco e nero. Il picco di questa comicità viene forse raggiunto nella battaglia a colpi di torte alla panna, un classico nel suo genere.

Curioso notare come il regista della serie sia nientemeno che Richard Donner, che qualche anno più tardi ci delizierà con altri capolavori (Goonies, sto arrivando!).

Vi regalo la sigla iniziale per risvegliarvi qualche ricordo, se invece volete vedere la serie completa qui la trovate tutta!

Tra le serie animate invece la più curiosa è Arabian Knights, una serie di supereroi ambientata nel mondo de…le mille e una notte!

Se il cartone in sè non ha nulla di totalmente innovativo (i soliti eroi contro il malvagio di turno) ciò che stupisce è vedere un impianto superoistico in un contesto mediorientale. Senza dubbio affascinante per l’epoca.

Chiudono una versione animata dei Tre Moschettieri che verrà sostituita nella seconda stagione dagli Hillbilly Bears.

In realtà negli anni seguenti il format venne rimaneggiato e rimontato più volte, accorciando gli spezzoni live e aggiungendo altre serie animate: personalmente non ricordo quale versione arrivò da noi ma di alcuni cartoni tornerò a parlare (qualcuno ricorda gli Impossibili?).

Torniamo ai nostri segmenti in live action, il cuore del programma: lo show era ambientato quasi totalmente nel club del gruppo, uno stravagante ambiente con scivoli, cubi giganti e altri oggetti surreali. L’entrata in scena era sempre diversa, con i quattro che arrivavano dai punti più disparati della scenografia (tubi, pertiche da pompiere, porte nascoste) e dopo una gran confusione Feegle riportava tutti all’ordine con un martello gigante (che spesso si dava in testa ed era una delle gag ricorrenti).

Il quartetto vedeva la loro nemesi nel gruppo rivale chiamato The Sour Grapes Gang (la gang della prugna secca), la quale non è mai apparsa nello show se non sottoforma di…lettera di sfida!

Quasi in ogni episodio infatti una missiva veniva consegnata ai Banana Split che venivano sfidati dai loro nemici in qualche stramba scommessa: la particolarità di tutto ciò è che il gruppo “malvagio” non compariva mai ma la lettera veniva consegnata da una delle 5 Sour Grapes messenger girls che, a turno, entravano nel club cantando, ballando e spaventando gli Splits per poi andarsene a suon di musica.E’ interessante sapere che tra gli autori delle canzoni del gruppo c’era un giovanissimo Barry White.

Altre gag praticamente onnipresenti erano la sezione della posta, gli indovinelli, Drooper che portava fuori la spazzatura, delle strane ragazze che suonavano alla porta per poi cantare canzoni messicane (le Dilly Sisters).

Con la seconda stagione vennero introdotti alcuni personaggi minori che dicevano qualche battuta per poi riscomparire nella scenografia: tra questi ricordiamo Cuckoo che balzava fuori da un orologio a cucù e Banana Vac, una testa di alce appesa al muro.

Lo show era in definitiva un vero circo dell’assurdo, un concentrato unico di psichedelia, roba che oggi forse non troverebbe una giusta collocazione: lo show era decisamente troppo avanti per l’epoca e all’età in cui lo guardai impresse con forza nel mio cervellino un mondo e un immaginario assolutamente fantastici.

Ma il momento decisamente più significativo dello show era rappresentato dalle sigle iniziali e finali: oltre al famosissimo motivetto che una volta entrato in testa non va più via, è giusto ricordare le Banana Buggies, piccole macchinine guidate dai protagonisti durante la sigla (ambientate principalmente in un parco divertimenti). Piccola curiosità, le buggies furono disegnate da George Barris, creatore tra le altre cose della batmobile anni 60 e di Kitt, la famosa Supercar.

C’è una bella notizia però, nel 2008 lo show ha subito un revamp su Cartoon Network, con nuovi segmenti live, un nuovo sito web, un nuovo disco e addirittura un piccolo spazio a tema in un parco americano.

Per fortuna il look dei protagonisti è rimasto praticamente immutato, non rovinando quell’effetto nostalgia che di solito è distrutto da operazioni commerciali di questo tipo.

Segnalandovi il nuovissimo e ricchissimo sito da spulciare fino in fondo vi lascio con la famosissima sigla finale!

Zucchetti (spot)

settembre 26, 2010

La logica conclusione di un blog che fa acqua da tutte le parti.

E’ finita finalmente.

Quando qualche mese fa ho iniziato a tirare su questo blog trovai carina l’idea di andare in ordine alfabetico per la prima ondata di articoli: beh, a conti fatti si è rivelato un disastro di proprorzioni epiche per diversi motivi.

Prima di tutto il maledetto alfabeto: ci son state lettere che mi hanno fatto davvero dannare, e dato che sono un freddo calcolatore prima di partire con la lettera A mi son dovuto assicurare di essere coperto fino alla Z.

Inoltre mi son sempre trovato con una libertà quasi nulla, sapevo già che dopo un determinato articolo sarei stato costretto a parlare di uno appartenente alla lettera successiva: magari un giorno sei in vena di riportare a galla l’A-Team ma non puoi perchè ti resta ancora mezzo alfabeto da portare a casa. Tutto questo unito alla mia immensa pigrizia ha visto procedere il blog moooolto lentamente.

Questo martirio è finito.

La prossima volta che schiatterà il Gary Coleman di turno potrò approfittare dell’occasione per un articolo commemorativo.

E per quei giorni in cui magari non avrò voglia di scrivere niente di troppo articolato introdurrò nuove rubriche sui videoclip o gli spot pubblicitari che hanno fatto la storia degli anni 80 (non necessariamente di mio gradimento, soprattutto a livello musicale proporrò generi non proprio amati dal sottoscritto ma che sono stati importanti per una generazione).

Tirando le somme, sono abbastanza soddisfatto nel complesso, ho iniziato questo progetto per uno stimolo personale e mi stupisco di essere arrivato fin qui essendo una persona che si stanca facilmente di ogni cosa. Poco importa se la visibilità del blog è bassa,  ho preso questa strada perchè mi piace scrivere in generale e prendo questo esperimento più come un gioco.

Inoltre non faccio molto per pubblicizzarlo, anzi a essere onesti non faccio proprio nulla: purtroppo non so proprio fare il ruffiano, potrei mettermi sfacciatamente a commentare i blog altrui con la scusa di appiccicare il link del sito a tradimento ma davvero non sono il tipo.

Per ora continuerò così, poi si vedrà.

Dopo tutte queste chiacchere è tempo di parlare dell’argomento di oggi.

Qualcuno si aspettava le Zigulì ma sarebbe stato troppo semplice.

Invece preferisco ricordarvi uno degli spot più famosi dei nostri magnifici anni 80, la pubblicità dei rubinetti Zucchetti.

Così come per i videoclip voglio sottolineare nuovamente come un tempo venisse dedicata una cura notevole atta a reclamizzare i prodotti in tv, quale che fosse l’oggetto in questione. Ministorie di 15 o 30 secondi, accompagnate spesso da motivetti orecchiabili o comunque tormentoni che ancora oggi ci tornano in mente.

Vorrei chiarire che non sono un sostenitore del “si stava meglio quando si stava peggio” e che il passato è superiore al presente: un nostalgico coi paraocchi è uno che ha l’Alzheimer selettivo, ricorda ciò che gli fa comodo perchè legato a bei momenti e dimentica che le cose brutte esistevano trent’anni fa come esistono oggi.

Che poi gli anni 80 siano stati i migliori in assoluto e che chi afferma il contrario sia un povero mentecatto, beh credo siam tutti d’accordo su questo.

Sullo spot Zucchetti ho un ricordo in particolare, sin da piccolo avevo una curiosità sfrenata sul come riuscissero a fare certe cose nei film ed ero sempre alla ricerca di spiegazioni, aneddoti e backstage che mostrassero i trucchi del mestiere. Ho sempre sognato di diventare un artigiano degli effetti speciali purtroppo sono letteralmente negato in campo artistico e il sogno è dovuto rimanere nel cassetto coi calzini sporchi. E’ comunque in buona compagnia con tanti altri amici.

Riguardo allo spot in questione ricordo che un giorno vidi una trasmissione che spiegava tutti i segreti delle pubblicità più strane e tra queste vi fu proprio lo spot della Zucchetti: in sintesi la situazione era semplicissima, in una stranza piastrellata un idraulico cercava di tappare fuoriuscite d’acqua improvvise dalle pareti, utilizzando chiaramente i rubinetti della marca reclamizzata.

Lo spot incredibilmente ebbe un successo strepitoso e passò sulle reti nazionali per parecchi ANNI, per non parlare delle reti locali dove ebbe una vita ancor più lunga: chissà quale fu l’alchimia che gli permise di essere così apprezzato, forse la situazione, la musichetta, il motto…

O forse il simpatico idraulico che credo ben pochi abbiano riconosciuto: si tratta infatti di Beppe Tosco.

Comico, attore, conduttore radiofonico,  scrittore e autore. In particolare è co-autore di tutti gli strabilianti monologhi di Luciana Littizzetto in Che Tempo che Fa.

Lo spot va in onda la prima volta nel 1987.

L’anno successivo viene girata un’alternativa “mitologica”, questa volta senza Beppe Tosco però.

Ma nel 1992, nonostante lo spot originale fosse ancora uno dei più trasmessi sul piccolo schermo, viene prodotto il terzo episodio della saga: la situazione è identica alla prima, torna Beppe Tosco ma c’è una fondamentale novità. Viene introdotta la topa.

Leggende metropolitane narrano che la donzella in questione sia Martina Colombari ma non ho trovato conferme in merito e onestamente non ravvedo nessuna somiglianza tra le due.

Vi lascio quindi con quest’ultimo spot che è rimasto per anni un tormentone televisivo e ancora oggi è rimasto nel ricordo di tantissima gente.

Yattaman

settembre 23, 2010

Quando il tuo migliore amico è un dado parlante è tempo di capire che hai un problema col gioco d’azzardo.

Quando si deve parlare di uno degli anime più famosi, importanti e divertenti degli anni 80 lo si fa con un po’ di tremarella, riverenza ed eccitazione: e dire che aspettavo la lettera Y da mesi ma ora mi ritrovo davanti al foglio elettronico bianco, e non perchè non sappia di cosa parlare ma perchè non so da dove cominciare!

Proviamo dall’inizio.

Yattaman è una serie animata che fa parte di un progetto giapponese più ampio composto da un totale di 10 serie, in un periodo compreso tra il 1975 e il 2008: sto parlando delle Time Bokan Series.

Le Time Bokan sono un prodotto interamente generato dalla celebre Tatsunoko, una piccola casa di produzione che in circa 3 decenni di lavoro ha dato i natali a innumerevoli serie storiche che mi sembra inutile stare ad elencare, sia perchè sono tante e sia perchè molte ricadono nel favoloso periodo qui trattato e avremo occasione in futuro di tornarci su.

Time Bokan dicevamo.

Siamo a metà degli anni 70 e l’animazione giapponese sforna serial a ripetizione ma un’analisi accurata rivela che la maggior parte è incentrata su tematiche serie, dove negli scontri tra robottoni giganti e alieni invasori c’è poco spazio per l’umorismo e i protagonisti umani sono troppo impegnati a salvare il mondo per lasciarsi scappare una risata ogni tanto.

La Tatsunoko se ne accorge e confeziona una nuova formula di base e la applicherà alle già citate serie nel corso dei decenni a venire.

Le Time Bokan non faranno che ripetere lo stesso canovaccio anno dopo anno, cambiando ambientazione ma mantenendo un insieme di archetipi e situazioni comuni a tutte le serie: l’esordio avviene con la serie omonima, arrivata da noi con il titolo di La Macchina del Tempo e verrà seguita due anni più tardi (1977, ma 1984 in Italia) proprio dai nostri Yattaman. Purtroppo nel nostro paese le Time Bokan sono tutte inedite ad esclusione di quattro: oltre alle due citate possiamo ricordare I Predatori del Tempo e Calendar Men (sulle quali forse ritornerò).

Si ok, tutto molto bello, ma alla fin fine che è sta formula rivoluzionaria?

L’intuizione della Tatsunoko è stata quella di accorgersi di un buco nella programmazione del tempo, come detto quasi tutta la produzione animata virava su ambientazioni seriose, spesso con toni addirittura drammatici: serviva qualcosa che colmasse questa lacuna nel panorama televisivo, che si prendesse poco seriamente e che strappasse qualche risata allo spettatore. Questo avviene ma in maniera addirittura esasperata portando un’assoluta demenzialità sui piccoli schermi nipponici che poche volte si era vista in passato.

Soprattutto da Yattaman in poi le situazioni chiave di ogni episodio si ripeteranno nelle puntate successive, creando un vero e proprio format che contraddistingue per l’appunto le Time Bokan.

  • Ci sono due gruppetti, i buoni (solitamente un duo) e i cattivi (quasi sempre un trio)
  • i cattivi sono alla ricerca di un qualcosa di prezioso che caratterizza la serie
  • i cattivi hanno bisogno di fondi, organizzano qualche commercio illegale (alla luce del sole) e con i ricavati costruiscono un gigantesco robot
  • i buoni li inseguono e dopo qualche scaramuccia fisica lasciano che siano i rispettivi robot a suonarsele per conto loro
  • i cattivi perdono dopo un clamoroso rovesciamento di campo
  • esplosione finale

E’ assolutamente fondamentale notare come i veri protagonisti delle serie siano i cattivi che suscitano empatia nello spettatore che già dopo qualche puntata si ritrova a parteggiare contro i buoni.

Ma andiamo un po’ più sullo specifico della nostra serie preferita.

La storia ruota intorno alla ricerca dei frammenti della fantomatica pietra Dokrostone, leggendario artefatto che donerebbe al possessore una ricchezza eterna. O almeno, questo è ciò che afferma il misterioso Dokrobei, colui che assumerà lo sfortunato trio Drombo per recuperarla: nonostante venga stabilito dall’inizio un rapporto capo-dipendenti in realtà Dokrobei diventerà padrone del trio, con continue vessazioni, torture e punizioni in occasione dell’immancabile fallimento, anche quando i tre poveretti non hanno colpa.

Il trio è formato da stereotopi classici:

  • Tonzula, il braccio: la forza bruta del gruppo, il primo a venire alle mani e il più stupidotto dei tre
  • Boyaki, la mente: l’intelligentone e il responsabile della creazione di armi e robot totalmente assurdi.
  • Miss Dronio, le poppe: leader spirituale, gran topolona e sogno erotico di ogni bambino dell’epoca.

La controparte buona era invece formata da due giovani ragazzi e dalla loro piccola mascotte, un fastidioso dado gigante senziente.

Ma chiaramente i protagonisti della serie erano loro, i robottoni!

Inizialmente l’unico a disposizione dei nostri paladini della giustizia è Yattacan, un gigantesco san bernardo robotico che verrà in seguito affiancato da una controparte volante (Yattapellican) e da una acquatica (Yattapesce): per la cronaca io adoravo Yattapesce ma le missioni sottomarine erano pochissime e quindi veniva utilizzato quasi mai, rimanendo a puzzare nell’enorme hangar-base segreta.

In una drammatica puntata il trio Drombo riesce incredibilmente a distruggere Yattacan che tornerà in versione 2.0 (Yattaking): più grande e con al suo interno altri robot delle dimensioni del vecchio Yattacan, scelti di volta in volta con un sorteggio interno allo stesso Yattaking.

Tutti gli scontri seguivano uno schema collaudato che si ripeteva immancabilmente ad ogni episodio: prima di tutto Ganchan e Janet (i buoni) si scontravano all’arma bianca con Tonzula e Boyaki. Mentre i primi due avevano le stesse armi per tutta la durata della serie (un kendama per lui, un bastone allungabile per lei…ehm…) i cattivi sfoggiavano ogni volta congegni differenti, ispirati solitamente alla truffa iniziale usata per raccogliere fondi. La truffa inoltre dava l’ispirazione anche per la forma del robot gigante, la cui costruzione era sempre accompagnata da un motivetto musicale.

Dopo una sonora sconfitta i due poveracci del trio si rifugiavano all’interno del proprio robot (a differenza di Yattacan & co. che non avevano bisogno di piloti ma erano autosufficienti): incredibilmente il trio riusciva sempre ad avere la meglio ma a questo punto entrava in scena il tonico! Un oggetto (nel caso di Yattacan un osso) veniva lanciato al robot di turno che si rimetteva in sesto e lasciava continuare la battaglia ad un esercito di robottini dalle forme più assurde e disparate, vera colonna portante della serie e trovata geniale che lo spettatore aspettava con trepidazione dall’inizio di ogni puntata.

Dopo averle prese di brutto per svariati episodi anche il trio Drombo costruisce per i propri giganti metallici delle controparti minuscole trasformando ogni scontro in una battaglia tra esilaranti e improbabili armate.

La serie aveva in patria un successo spropositato tanto che spesso i robot venivano creati su suggerimento degli spettatori che spedivano le loro idee alla casa di produzione (ciò era possibile grazie alla cadenza settimanale della serie).

Dopo poco fece il suo ingresso anche una piccola mascotte del trio, un maiale meccanico che non portava altro che sventura e che esplodeva immancabilmente ad ogni sconfitta.

Il finalone era caratterizzato dal trio che, con i vestiti a brandelli e la fuliggine sul volto, tornava mestamente a casa e puntualmente veniva punito da Dokrobei nei modi più impensabili.

Nonostante i 108 (!) episodi fossero praticamente identici e ripetitivi seguendo lo schema di cui ho parlato poco fa, il prezzo del biglietto era ampliamente giustificato dal nuovo robot del trio, dallo scontro tra i minieserciti e soprattutto dalla possibilità che il vestito di Miss Dronio si distruggesse esponendo le preziose zizze al vento.

Nel 2008 c’è stata una seconda serie (che purtroppo non ho ancora visto ed è inedita in Italia) che sembra più un reboot che una continuazione, sicuramente c’è stata una modernizzazione per renderla più attuale, vi aggiornerò dopo averne preso visione.

Infine nel 2009 viene data alla luce una pellicola in live action diretta nientemeno che da Takashi Miike : quando venni a sapere di questa notizia rimasi perplesso, Miike è uno straordinario professionista ma è più famoso per generi parecchio lontani dalla leggerezza di un anime come Yattaman.

Dopo averlo visto rimango ancora perplesso.

La fedeltà a livello visivo è dannatamente alta, esclusi alcuni particolari (il maggiore è Yattacan, completamente anonimo e irriconoscibile).

Non ho gradito particolarmente l’utilizzo di nasi (volutamente) finti per Tonzula e Boyaki: è chiaramente una scelta stilistica e personale ma l’ho trovata inutile e anche piuttosto bruttina da vedere.

Sono rimasto tremendamente deluso dal famoso balletto che nella serie originale accompagnava la costruzione del robot del trio: l’attrice che impersona Dronio, per quanto sia una topona di altissimo livello, è svogliatissima e sembra quasi infastidita dal dover recitare una parte simile. Mi ha veramente fatto cascare le palle a terra.

Per il resto c’è tutto: robottini e robottoni, c’è la truffa, c’è l’intreccio romantico (a cui viene decisamente dedicato troppo spazio), c’è Dokrobei e ci sono le sue punizioni, c’è il maialino. Purtroppo non c’è Miike.

Da un regista di questo calibro mi sarei aspettato le zampate del maestro, i colpi di genio e invece a parte 2-3 gag che “osano” rispetto all’originale (non vi dico come viene sconfitto il primo Yattacan) non c’è nulla di più del compitino ben svolto per accontentare il fan.

E il fan effetivamente viene accontentato, anche a giudicare dagli alti incassi ottenuti in patria, quindi se avete amato la serie animata probabilmente non rimarrete delusi, ma il resto del pubblico potrebbe rimanere altamente deluso.

Come al solito su iutubo si trovano benefattori che mettono a disposizione serie intere per la gioia dei fan, se quindi avete voglia di guardarvi tutte le avventure dello sfigatissimo trio Drombo andate qui!

Come al solito non posso che chiudere in bellezza regalandovi la famosissima sigla iniziale italiana in versione integrale (ad opera degli onnipresenti Cavalieri del Re)

World Wrestling Federation

settembre 19, 2010

Se i panda cominciassero a difendersi a colpi di suplex e piledriver non sarebbero in via d’estinzione.

Non sono mai stato un amante della normalità (e qui via di battute e risate!).

E non perchè mi piacesse essere anticonformista, semplicemente mi son sempre accorto di essere attratto da ciò che si discostava dal cosiddetto gusto comune. Non sono però neanche amante degli eccessi e degli estremismi.

Diciamo che mi trovo un gradino sopra all’ordinario gusto delle masse, quanto basta per essere definito strano ma non abbastanza per contare qualcosa nell’universo degli strambi. E mi sta bene così, perchè queste scelte sono appunto del tutto naturali e non studiate a tavolino per impressionare qualcuno.

E’ per questo motivo che in un paese dominato dal calcio mi innamorai del baseball.

E sempre per questo motivo che sin da piccino mi ritrovai ad amare tutte quelle arti marziali e discipline di combattimento inusuali o altamente spettacolari: a 15 riprese di boxe preferivo un incontro di judo, al karate kid di turno volgevo le spalle per guardare un’esibizione di capoeira.

E poi c’era il Wrestling.

Bestioni di 2 metri, brutti, pelosi, sudati e incazzati che sollevavano altri bestioni e li facevano volare sbatacchiandoli sul ring, il tutto vestiti in modo assolutamente strampalato mentre un intero palazzetto dello sport composto di esaltati li incitava a squarciagola divertendosi.

La storia del wrestling in generale è davvero troppo lunga e complessa, è una vera disciplina praticata soprattutto a livello universitario americano e ha assunto anche divertenti divagazioni sanguinolesche negli ultimi anni. Ma quello che mi interessa approfondire su questo blog è l’aspetto caciarone, fintissimo e di intrattenimento che ci accompagnò nei magici anni 80 sul piccolo schermo. In realtà questo magnifico spettacolo continuerà anche nei primi anni 90 ma per una volta si può fare un’eccezione.

Ho già parlato dell’icona per eccellenza di questo grande giocattolone mediatico, ovvero Hulk Hogan, e dopo questa infarinatura sulla disciplina in senso generale continuerò in futuro ad esaminare singolarmente gli “eroi” che ci hanno fatto sognare.

Non sto neppure a fare una cronistoria troppo precisa dalla nascita della prima organizzazione a oggi, come detto è veramente troppo lunga o complessa, non basterebbero 10 blog dedicati. Se volete approfondire l’argomento in maniera certosina l’amico uichipiede può venire in vostro soccorso. Ricordo solamente che il nome fu cambiato da WWF a WWE per problemi con il WWF dei panda (l’avevo già detto, ma dato la natura poco seria di questo blog qualcuno può averlo preso per uno scherzo, beh non lo è).

Quello che mi interessava era riportare a galla certi ricordi, sensazioni ed emozioni che hanno caratterizzato il Wrestling in quel particolare periodo storico. Onestamente il wrestling moderno mi fa cagare. Manca tutto ciò che rendeva esilarante lo spettacolo ai quei tempi. I wrestler di oggi sono tutti palestrati con fisici scolpiti e perfetti.

Non ci sono grassoni.

Non ci sono bestie pelose.

Non ci sono aberrazioni della natura uscite da qualche film horror.

Tutti bellini, precisini e perfettini che a malapena versano due gocce di sudore.

E i costumi poi…sono veri e propri costumi da bagno, tutti uguali, tutti usciti dallo stesso stampino, a mostrare ad ogni istante quanto sono fighi e a prendersi sul serio più del necessario.

Niente nastri svolazzanti, trucco sulla faccia, divise militari e non, animali di scena, manager ancora più strambi al seguito.

E che dire delle entrate in scena? Rumorosi e pirotecnici ingressi sul ring, ma totalmente freddi, poco originali e anche abbastanza brutti.

Niente gente che sputa fuoco dalla bocca, niente…beh avete capito.

Come non citare poi i tag team?

Se possibile ancora più strampalati, originali e appariscenti dei lottatori singoli: Bushwackers, Legion of Doom, Demolition…

Oh, poi non è che io lo segua assiduamente, anzi. Probabilmente qualche caso isolato che richiami tutte le belle cose degli anni 80 che ho elencato esiste, ma sono pochi elementi rispetto a quello che un tempo era la “normalità”. Credo che Rey Mysterio sia uno di questi, ma siamo comunque anni luce dagli sfarzi dell’epoca.

L’evoluzione del Wrestling è stata notevole, ha una visibilità immensa, ci sono canali italiani che dedicano diverse ore quotidiane a questo spettacolo, i bambini impazziscono (come dopotutto impazzivamo noi) eppure non riesco proprio a capire questo “sport” nella sua incarnazione moderna. I combattimenti mi sembrano noiosissimi nonostante i lottatori siano molto preparati tecnicamente. Anzi forse lo sono anche troppo.

Un tempo questi omaccioni sudati passavano il 70% a darsi schiaffoni e spaccarsi sedie sulla schiena.

Le mosse importanti  (quelle fighe!), le trademark o le chiusure erano poche, proprio per questo forse risaltavano ancor di più in un incontro di 10 minuti.

E anche le storyline mi sembravano più divertenti o forse trovo quelle odierne noiose perchè vedo i protagonisti come soldatini identici che faccio fatica a distinguere.

Noi italiani inoltre avevamo una grande fortuna perchè potevamo seguire gli incontri con la telecronaca dell’immenso, indimenticabile e feeeenomenale Dan Peterson : con accento americano marcatissimo e con una simpatia unica dava quel valore aggiunto agli incontri che rendevano l’esperienza ancora più gratificante. Per farvi capire di che parlo…

Insomma, si potrebbe stare qui a parlarne per settimane intere, questo articolo è stato solo l’imbeccata per ricordare ai nostalgici quanto ci siamo divertiti a quei tempi e per solleticare la curiosità di chi quel periodo non l’ha vissuto. Il prossimo passo sarà fare incursioni nella marea di combattenti esistenti e dedicare un po’ di tempo ai singoli protagonisti.

E credetemi, sono tanti.

Un ultimo appunto : consiglio a tutti la visione di un piccolo recente gioiellino firmato Darren Aronofsky, The Wrestler, un film di rara bellezza che riesce a toccare molte corde nascoste anche a chi ha un cuore di pietra, ma che soprattutto è una delizia per i nostalgici perchè è un vero concentrato di ricordi e sensazioni anni 80. Un immenso Mickey Rourke.

Vi lascio con un video della seconda edizione della Royal Rumble (1989), una competizione favolosa in cui decine di Wrestler se le davano di brutto sul ring. Contemporaneamente.

P.s. ho volutamente evitato di fare nomi o riferimenti specifici (anche a livello visivo) dei singoli wrestler perchè l’intento è quello di parlare dei singoli casi con più calma. Stay tuned!

V – Visitors

settembre 17, 2010

Un alieno che ha nella propria dieta Topo Gigio non può certo avere brutte intenzioni.


Credo che per iniziare a parlare dei Visitors non si potesse fare a meno di mostrare le loro famose abitudini alimentari.

Che abbiate mai visto la serie è irrilevante, più o meno tutti hanno reminiscenze di strani alieni rettiloidi che consumano pasti a base di abitanti di Topolinia: oltre a ciò un altro particolare viene spesso ricordato anche da chi ha rimosso la serie tv per anzianità o lavaggio del cervello, ovvero l’aspetto squamoso rivelato dalla pelle strappata.

Prima di tutto un po’ di chiarezza riguardo la suddivisione della serie che è così articolata:

  • Una miniserie iniziale composta da 5 episodi (a loro volta suddivisi in 2 tronconi, V le prime 2 puntate e V: The Final Battle le ultime 3)
  • La serie Tv di 19 capitoli

Prima di buttarci a capofitto sul serial è bene ricordare qual è stata la principale fonte di ispirazione.

Il tutto nasce dalla fervida immaginazione di Kenneth Johnson, scrittore/produttore/regista di diverse serie culto della nostra decade preferita, come L’Uomo da Sei Milioni di Dollari, La Donna Bionica e L’incredibile Hulk: tornerò quindi a parlarne ancora in futuro.

Johnson prende spunto dal romanzo di Harry Sinclair Lewis chiamato It Can’t Happen Here: ne consiglio a tutti la lettura perchè è, seppure in forma estremizzata, uno specchio di quello che succede oggigiorno in diversi paesi.

La storia vede l’ascesa di un carismatico politico americano che, con promesse assolutamente ridicole (tra le quali una somma di 5000$ annuali per ogni cittadino, circa 80000$ attuali) riesce a farsi eleggere Presidente degli Stati Uniti. Salvo poi, una volta eletto, diventare un dittatore senza scrupoli che creerà campi di concentramento per dissidenti, cambierà la Costituzione secondo i propri interessi, renderà inutile la funzione del Congresso e darà vita a una forza armata paramilitare atta a reprimere la popolazione. Ho specificato che è americano, non vorrei mai che qualcuno fraintendesse e credesse che sto parlando dell’Italia.

Come dicevo il nostro buon Kenneth vede del potenziale in questo plot e decide di adattarlo per il piccolo schermo proponendolo alla NBC (con il nome iniziale di Storm Warnings): purtroppo l’emittente vede il progetto come qualcosa di eccessivamente complesso per il cervello del popolo americano e quindi i fascistoidi a stelle e strisce vengono rimpiazzati con alieni pelleverde che pasteggiano con ratti ed opossum.

L’opera però non perde le basi fondamentali del romanzo, una razza di extra terrestri travestita da agnelli che alla fine rivelerà allo spettatore la sua natura di lupo.

Il tutto inizia una bella mattina soleggiata, in cui tutti sono impegnati a volersi bene e un tripudio di farfalle nello stomaco fa sbocciare l’amore nel genere umano, quando all’improvviso una gigantesca astronave a forma di disco orario parcheggia in doppia fila sul tetto delle Nazioni Unite.

Al grido di è arrivato l’arrotino! gli alieni si presentano alla popolazione terrestre rassicurandone gli abitanti: hanno infatti intenzioni pacifiche, cercano solo risorse ormai esaurite sul loro pianeta e promettono in cambio di condividere le loro conoscenze in ambito tecnologico. Gli Umani, dopo aver aggiunto la clausola che obbligava gli alieni a portarsi via Giggidalessio, si tranquillizzano e accolgono a braccia aperte quelli che verranno poi chiamati Visitatori.

In realtà lo scopo dei simpatici turisti dello spazio è ben altro: prosciugare le riserve d’acqua della terra, infiltrarsi nella società e conquistare il pianeta. Diversi i destini riservati ai terrestri che verranno usati come carne da macello contro altre razze aliene nemiche, come schiavi o come portata principale di sontuosi banchetti extraterresti. In più i Visitatori rifiuteranno di prendersi Giggidalessio, condannando irrimediabilmente la specie umana ad un orribile destino.

Ma come in tutte le brutte fiabe che si rispettino deve esserci un particolare nucleo perseguitato dal cattivo di turno: se nel nazismo erano ebrei e altre minoranze e nel romanzo di Lewis i dissidenti politici, qui i mangia-stuartlittle se la prendono con gli scienziati del pianeta, che verranno perseguitati dai media (ormai sotto il controllo alieno) e impossibilitati ad esercitare.

Chiaramente e per fortuna non tutti si fanno abbindolare da promesse fasulle e si ricordano di avere un cervello funzionante smascherando gli invasori: purtroppo la verità non riuscirà mai a venire a galla e si formerà un movimento di resistenza che combatterà gli oppressori.

Il finale della prima miniminiserie (le prime due puntate insomma) è abbastanza tragico: i Visitatori han preso possesso del pianeta e l’unica cosa che riesce a fare la resistenza è mandare un sms alle razze aliene nemiche dei loro nemici.

A questo punto l’ideatore della serie esce di scena perchè il seguito scritto insieme ad altri 4 autori viene giudicato troppo costoso dall’emittente che realizzerà le seguenti 3 puntate con un budget ridotto.

V: The Final Battle si concluderà con la sconfitta degli alieni grazie ad un’arma batteriologica:  poco dopo la conclusione verrà commissionata la serie tv finale di 19 episodi, dove Resistenza e Visitatori continueranno a darsele di santa ragione.

L’aspetto dell’invasione aliena “sottocutanea” tra la popolazione umana è un tema più volte ripreso in contesti più o meno seri. Se qualche anno dopo Carpenter ci delizierà con la sua ennesima perla Essi vivono (la cui prima chiave di lettuta è appunto l’infiltrazione aliena tra gli umani, ma con un sottotesto nascosto che è metafora di un discorso più complesso) non mancheranno nelle decadi a venire improbabili teorie complottistiche come quella dei Rettiliani secondo cui siamo in balia di esseri extraterrestri con esponenti bene in vista tra le più grandi personalità mondiali della politica e dello spettacolo. Non mi dilungo troppo sull’argomento, fate una ricerca veloce su gugol e fatevi quattro risate.

Tornando a noi, credo ci sia poco altro da aggiungere: Visitors è stata una serie cult degli anni 80 che ha fatto e fa riflettere su alcune meccaniche della società e dei rischi che si possono correre prendendo come oro colato le parole di un qualunque esaltato a caccia di potere e interesse personale. E’ comunque una serie che può benissimo esser vista come puro intrattenimento, accantonando riflessioni più profonde, e lasciandosi andare a pistole laser, rettili giganti e astronavi aliene.

E poi la serie annovera uno dei miei personaggi preferiti del quale avevo già parlato, il buon Robert Englund, che incredibilmente riveste il ruolo dell’unico alieno buono che si unirà alla Resistenza.
Oltre a Englund troviamo anche il fantastico Michael Ironside, ragione in più per guardare la serie.

Dalla comparsa in tv ad oggi sono usciti circa una ventina di romanzi dedicati alla serie, tra i quali anche quello dello stesso Johnson che sembra non aver mai messo da parte il progetto Visitors, lavorando ad una trasposizione cinematografica che tuttora non ha visto la luce.

Infine vorrei accennare come nel 2009 abbia fatto la comparsa sugli schermi televisivi una moderna serie dei Visitors: onestamente non l’ho vista e mi riservo di aggiornare l’articolo dopo averne presa visione. Però posso dire come sia estremamente contrario ai remake e ai reboot: a parte che questa tendenza denota ormai una totale mancanza di idee da parte degli sceneggiatori americani, il più delle volte ci ritroviamo con prodotti finiti totalmente inguardabili, che snaturano l’essenza degli originali e che soprattutto non aggiungono nulla di nuovo a ciò che si è già visto in passato. Segno forse che certi prodotti sono figli del periodo che li ha generati e una modernizzazione non è sempre l’operazione migliore per rivalutarli.

Vi lascio con diversi link:

Un sito americano abbastanza esauriente su tutti gli aspetti esterni alla serie, come pseudo documentazioni storiche e merchandise ;

Una sua controparte italiana ;

E infine per tutti gli interessati i 5 episodi delle miniminiserie completi e in lingua italiota!

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