“Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!” Paris Hilton mentre consegna il portacipria ai poliziotti.

Da bambino ero un grande ingenuo, non so perchè ma quando guardavo un cartone immaginavo che gli autori fossero bimbi come me e non adulti dall’immaginazione perversa: viste coi nostri occhi innocenti le serie animate non avevano nulla di strano ma se le esaminiamo oggi ci accorgiamo che erano un concentrato di malvagità e deviazione dell’animo umano. Frustrati sceneggiatori infarcivano le storie delle loro più nascoste passioni con l’unico scopo di plagiare le deboli menti dei bambini di tutto il mondo.

Pollon è una delle più grandi mistificazioni di tutti i tempi: Malgioglio che spaccia a Pupo i suoi gargarismi a base di uccelli africani per degustazioni gastronomiche era un principiante a confronto.

Divinità greche?

Ma non scherziamo, l’Olimpo non è altro che una grossa organizzazione criminale e la giovane Pollon tenta di inserirsi nell’ambiente come spacciatrice di stupefacenti: è accompagnata nelle sue avventure dal giovane Eros, un maniaco sessuale che gestisce il racket della prostituzione. Col suo talco che dona l’allegria renderà felici migliaia di persone e scalerà lentamente l’organizzazione capeggiata dal malvagio padrino Zeus.

Ecco, avete assistito alla recensione di Pollon da parte di un addetto alla censura italiano.

In realtà…

Se proprio vogliamo essere pignoli e vedere il male dappertutto possiamo partire dall’autore Hideo Azuma: il manga Olimpos no Polon viene pubblicato tra il 1977 e il 1979 sulla rivista Princess dell’Akita Shoten e qualche anno più tardi viene prodotto l’anime di 46 episodi Ochamegami monogatari korokoro Poron (più o meno La storia della dea pasticciona koro koro Pollon). Azuma avrà una vita piuttosto turbolenta, con grossi problemi di alcool e un tentato suicidio: abbandonate le leggerezze della piccola dea si dedicherà prevalentemente al genere lolicon.

E sentite cosa dice Liliana Sorrentino, la doppiatrice italiana di Pollon, in un’intervista su Hit Parade Italia:

Chiunque abbia visto anche un solo passaggio televisivo, non potrà non ricordare la celebre filastrocca del talco, il quale, offerto a qualche triste personaggio sventurato serve a ..dargli l’allegria. Ebbene, nella versione originaria la polverina tanto osannata come miracolosa, è nient’altro che una nota droga, polverizzata in piccole dosi. Il malizioso ideatore della serie aveva provocatoriamente attribuito a questo noto stupefacente il potere di dare vigore alle creature “scoraggiate” della serie. In terra nostrana, tuttavia, la produzione nipponica era destinata a ben altra fascia di spettatori. Sarebbe stato quanto meno inopportuno, se non anti-educativo, lasciare che gli intenti originari permanessero sulla Tv destinata ai ragazzi degli anni 80.


Bene, dopo aver risvegliato il bimbo che è in voi e averlo barbaramente ucciso con queste ultime informazioni possiamo inziare a parlare della nostra combinaguai preferita, la piccola Pollon!

Secondo il mio modesto parere Pollon è uno degli anime più famosi, importanti e ricordati degli anni 80 e i motivi sono tanti: prima di tutto ebbe il pregio di raccontare (con mooooolte licenze artistiche) la mitologia greca in modo allegro e scanzonato e lasciando le redini della narrazione ad un personaggio totalmente inventato come Pollon.

Gli amanti della classicità storceranno chiaramente il naso, i temi e i personaggi sono trattati in maniera decisamente demenziale perdendo quel rigore e quella serietà propri dell’opera originale ma nonostante ciò mi avvicinai alla vera mitologia greca proprio spinto dalla curiosità che quel mondo fantastico fatto di creature mostruose e divinità onnipotenti mi aveva instillato. Credo che in molti abbiano fatto lo stesso.

In Italia siamo stati particolarmente fortunati perchè abbiamo potuto godere di due elementi fondamentali per il successo della serie: prima di tutto l’incredibile doppiaggio. Sfido chiunque abbia visto Pollon da bambino a non ricordarsi l’esatta impostazione della voce dei personaggi più famosi: la stridula Pollon, il gracchiante Eros o lo scorbutico Zeus. Leggendo varie interviste ho poi scoperto che molte cose della versione italiana sono “nostre” invenzioni, totalmente assenti dalla versione originale: i vari papino, pennuto, poppante… sono tutti termini ideati di sana pianta dai nostri doppiatori. E bisogna ammettere che senza questa parlata la serie perderebbe molto del suo fascino.

E poi la sigla: gli anni 80 in Italia sono stati particolarmente famosi sotto questo aspetto e Pollon sta tra i gradini più alti. Cantata dal sogno erotico di ogni bambino, Cristina D’Avena, è rimasta in testa a chiunque l’abbia ascoltata almeno una volta. Se invece non l’avete mai sentita provate vergogna di voi stessi e rimediate subito.

Qui la versione televisiva

e qui quella integrale

Grazie a questi fattori la serie ebbe un riscontro fortissimo in Italia e siamo forse il paese nel quale la serie ha avuto più successo in assoluto (esclusa la patria ovviamente).

La serie era assolutamente esilarante grazie all’utilizzo di certi trucchetti narrativi: prima di tutto era un miscuglio totale di culture. Nonostante l’ambientazione fosse quella della mitologia greca ci trovavamo spesso a incursioni nel mondo moderno o nella tradizione giapponese (Pollon che dorme nel futon ad esempio).

Inoltre la caratterizzazione dei personaggi, macchiette parodiate delle divinità originali con risultati a volte totalmente esasperati: fare di Poseidone, colui che governa il mare, un dio che non sa nuotare o Eros, il dio dell’amore, brutto e schifato dalle donne sono tocchi di classe che rendono la serie uno spasso.

Tutte le più famose storie e leggende del mito sono presenti: dal minotauro a Icaro, da Pegaso ad Aracne, tutte raccontate con leggerezza, senza l’originale violenza e con un’immancabile lieto fine che a volte diventa forse troppo sdolcinato.

La storia si può dividere in due grandi tronconi, nella prima Pollon cerca di diventare una dea e nella seconda…beh, è diventata una dea 😐

Il progresso di Pollon viene mostrato mediante un salvadanaio a forma di trono che diventa più grande ad ogni monetina che Zeus le regala, monetine che sono il premio per le sue buone azioni. La seconda parte è in realtà molto meno divertente ma merita comunque la visione.

In Italia la Yamato Video ha rilasciato una bella versione in due box che contiene sia l’audio italiano che quello originale.

Mentre vado ad investigare sulla filastrocca nella versione giapponese vi lascio con l’irritante provino di Pollon a X-Factor!

The Banana Splits Show

marzo 9, 2011

Un bel giorno i pupazzi televisivi decisero di provare gli acidi. Oggi ci ritroviamo con i Teletubbies.

Dopo un paio di giorni di assenza (ehm) dovuti a sfighe varie riprendiamo il nostro viaggio nel magico mondo dei ricordi.

Anche stavolta faremo uno strappo “temporale”, nonostante il programma sia nato negli States sul finire degli anni sessanta arrivò da noi molto più tardi, proprio nella nostra decade preferita.

E’ in assoluto uno dei miei programmi preferiti di quel tempo e uno degli articoli a cui tengo maggiormente (tra i quali vi ricordo i mitici Misfits!).

Sto parlando del Banana Splits Show.

Bisogna ammettere che il programma è effettivamente più vicino agli anni 60 che agli 80: totalmente psichedelico e nonsense, si colloca perfettamente nell’epoca dei figli dei fiori ma resta in ogni caso una tappa fondamentale per chiunque sia cresciuto alcuni anni più tardi.

Lo show altro non era che un programma contenitore per ragazzi che inframezzava sketch e spezzoni live action a telefilm e cartoni animati: dei primi erano protagonisti appunto i Banana Split, un quartetto musicale sulla falsariga di gruppi come Beatles e Monkees, i cui membri erano rappresentati da un cane (il leader, Feegle, da noi inspiegabilmente tradotto come Swingo), un gorilla (Bingo), un leone (Drooper) e un elefante (Snorky). Snorky era l’unico che non parlava ma si esprimeva a barriti ed era generalmente il più sfigato, una specie di antenato di Kenny di South Park. Inutile aggiungere che era anche il mio preferito.

Il merito dello show è tutto di una coppia che è stata fondamentale per l’intrattenimento televisivo per ragazzi, da allora fino ai giorni nostri, ovvero William Hanna e Joseph Barbera, o più semplicemente Hanna & Barbera. E’ inutile e offensivo che mi dilunghi a spiegare chi e cosa hanno creato durante la loro lunghissima carriera, se siete curiosi potete colmare la lacuna cliccando sui loro link.

Lo show va inizialmente in onda nel 1968 e ha una durata di 2 stagioni per un totale di 31 episodi da un’ora l’uno (18 la prima e 13 la seconda): come detto poco fa i segmenti live action erano intervallati da svariati cartoni e serial che meritano qualche parola a parte.

Il più importante di tutti è, a mio modesto parere, Danger Island, un serial avventuroso/avventuristico/avventuristicoso della durata di circa 3 ore ma diluito in miniepisodi da 5 minuti circa: vengono narrate le gesta di un archeologo, di sua figlia e del suo assistente, alla ricerca di un’antica città segreta in un’isola misteriosa. Al gruppo si uniranno poi il mercante Morgan e la sua spalla Chongo che si esprimeva solo mediante strani versi. Gli antagonisti dei nostri eroi erano un gruppo di scalcinati pirati e gli indigeni cannibali dell’isola, i cosiddetti Skeleton Man, per via del loro disegno tribale che li faceva somigliare a degli scheletri.

Il tono del serial è decisamente umoristico, con gag e tormentoni ripetuti e l’utilizzo di di velocizzazioni video per acuire l’effetto esilarante, proprio come si faceva nelle vecchie comiche in bianco e nero. Il picco di questa comicità viene forse raggiunto nella battaglia a colpi di torte alla panna, un classico nel suo genere.

Curioso notare come il regista della serie sia nientemeno che Richard Donner, che qualche anno più tardi ci delizierà con altri capolavori (Goonies, sto arrivando!).

Vi regalo la sigla iniziale per risvegliarvi qualche ricordo, se invece volete vedere la serie completa qui la trovate tutta!

Tra le serie animate invece la più curiosa è Arabian Knights, una serie di supereroi ambientata nel mondo de…le mille e una notte!

Se il cartone in sè non ha nulla di totalmente innovativo (i soliti eroi contro il malvagio di turno) ciò che stupisce è vedere un impianto superoistico in un contesto mediorientale. Senza dubbio affascinante per l’epoca.

Chiudono una versione animata dei Tre Moschettieri che verrà sostituita nella seconda stagione dagli Hillbilly Bears.

In realtà negli anni seguenti il format venne rimaneggiato e rimontato più volte, accorciando gli spezzoni live e aggiungendo altre serie animate: personalmente non ricordo quale versione arrivò da noi ma di alcuni cartoni tornerò a parlare (qualcuno ricorda gli Impossibili?).

Torniamo ai nostri segmenti in live action, il cuore del programma: lo show era ambientato quasi totalmente nel club del gruppo, uno stravagante ambiente con scivoli, cubi giganti e altri oggetti surreali. L’entrata in scena era sempre diversa, con i quattro che arrivavano dai punti più disparati della scenografia (tubi, pertiche da pompiere, porte nascoste) e dopo una gran confusione Feegle riportava tutti all’ordine con un martello gigante (che spesso si dava in testa ed era una delle gag ricorrenti).

Il quartetto vedeva la loro nemesi nel gruppo rivale chiamato The Sour Grapes Gang (la gang della prugna secca), la quale non è mai apparsa nello show se non sottoforma di…lettera di sfida!

Quasi in ogni episodio infatti una missiva veniva consegnata ai Banana Split che venivano sfidati dai loro nemici in qualche stramba scommessa: la particolarità di tutto ciò è che il gruppo “malvagio” non compariva mai ma la lettera veniva consegnata da una delle 5 Sour Grapes messenger girls che, a turno, entravano nel club cantando, ballando e spaventando gli Splits per poi andarsene a suon di musica.E’ interessante sapere che tra gli autori delle canzoni del gruppo c’era un giovanissimo Barry White.

Altre gag praticamente onnipresenti erano la sezione della posta, gli indovinelli, Drooper che portava fuori la spazzatura, delle strane ragazze che suonavano alla porta per poi cantare canzoni messicane (le Dilly Sisters).

Con la seconda stagione vennero introdotti alcuni personaggi minori che dicevano qualche battuta per poi riscomparire nella scenografia: tra questi ricordiamo Cuckoo che balzava fuori da un orologio a cucù e Banana Vac, una testa di alce appesa al muro.

Lo show era in definitiva un vero circo dell’assurdo, un concentrato unico di psichedelia, roba che oggi forse non troverebbe una giusta collocazione: lo show era decisamente troppo avanti per l’epoca e all’età in cui lo guardai impresse con forza nel mio cervellino un mondo e un immaginario assolutamente fantastici.

Ma il momento decisamente più significativo dello show era rappresentato dalle sigle iniziali e finali: oltre al famosissimo motivetto che una volta entrato in testa non va più via, è giusto ricordare le Banana Buggies, piccole macchinine guidate dai protagonisti durante la sigla (ambientate principalmente in un parco divertimenti). Piccola curiosità, le buggies furono disegnate da George Barris, creatore tra le altre cose della batmobile anni 60 e di Kitt, la famosa Supercar.

C’è una bella notizia però, nel 2008 lo show ha subito un revamp su Cartoon Network, con nuovi segmenti live, un nuovo sito web, un nuovo disco e addirittura un piccolo spazio a tema in un parco americano.

Per fortuna il look dei protagonisti è rimasto praticamente immutato, non rovinando quell’effetto nostalgia che di solito è distrutto da operazioni commerciali di questo tipo.

Segnalandovi il nuovissimo e ricchissimo sito da spulciare fino in fondo vi lascio con la famosissima sigla finale!

Yattaman

settembre 23, 2010

Quando il tuo migliore amico è un dado parlante è tempo di capire che hai un problema col gioco d’azzardo.

Quando si deve parlare di uno degli anime più famosi, importanti e divertenti degli anni 80 lo si fa con un po’ di tremarella, riverenza ed eccitazione: e dire che aspettavo la lettera Y da mesi ma ora mi ritrovo davanti al foglio elettronico bianco, e non perchè non sappia di cosa parlare ma perchè non so da dove cominciare!

Proviamo dall’inizio.

Yattaman è una serie animata che fa parte di un progetto giapponese più ampio composto da un totale di 10 serie, in un periodo compreso tra il 1975 e il 2008: sto parlando delle Time Bokan Series.

Le Time Bokan sono un prodotto interamente generato dalla celebre Tatsunoko, una piccola casa di produzione che in circa 3 decenni di lavoro ha dato i natali a innumerevoli serie storiche che mi sembra inutile stare ad elencare, sia perchè sono tante e sia perchè molte ricadono nel favoloso periodo qui trattato e avremo occasione in futuro di tornarci su.

Time Bokan dicevamo.

Siamo a metà degli anni 70 e l’animazione giapponese sforna serial a ripetizione ma un’analisi accurata rivela che la maggior parte è incentrata su tematiche serie, dove negli scontri tra robottoni giganti e alieni invasori c’è poco spazio per l’umorismo e i protagonisti umani sono troppo impegnati a salvare il mondo per lasciarsi scappare una risata ogni tanto.

La Tatsunoko se ne accorge e confeziona una nuova formula di base e la applicherà alle già citate serie nel corso dei decenni a venire.

Le Time Bokan non faranno che ripetere lo stesso canovaccio anno dopo anno, cambiando ambientazione ma mantenendo un insieme di archetipi e situazioni comuni a tutte le serie: l’esordio avviene con la serie omonima, arrivata da noi con il titolo di La Macchina del Tempo e verrà seguita due anni più tardi (1977, ma 1984 in Italia) proprio dai nostri Yattaman. Purtroppo nel nostro paese le Time Bokan sono tutte inedite ad esclusione di quattro: oltre alle due citate possiamo ricordare I Predatori del Tempo e Calendar Men (sulle quali forse ritornerò).

Si ok, tutto molto bello, ma alla fin fine che è sta formula rivoluzionaria?

L’intuizione della Tatsunoko è stata quella di accorgersi di un buco nella programmazione del tempo, come detto quasi tutta la produzione animata virava su ambientazioni seriose, spesso con toni addirittura drammatici: serviva qualcosa che colmasse questa lacuna nel panorama televisivo, che si prendesse poco seriamente e che strappasse qualche risata allo spettatore. Questo avviene ma in maniera addirittura esasperata portando un’assoluta demenzialità sui piccoli schermi nipponici che poche volte si era vista in passato.

Soprattutto da Yattaman in poi le situazioni chiave di ogni episodio si ripeteranno nelle puntate successive, creando un vero e proprio format che contraddistingue per l’appunto le Time Bokan.

  • Ci sono due gruppetti, i buoni (solitamente un duo) e i cattivi (quasi sempre un trio)
  • i cattivi sono alla ricerca di un qualcosa di prezioso che caratterizza la serie
  • i cattivi hanno bisogno di fondi, organizzano qualche commercio illegale (alla luce del sole) e con i ricavati costruiscono un gigantesco robot
  • i buoni li inseguono e dopo qualche scaramuccia fisica lasciano che siano i rispettivi robot a suonarsele per conto loro
  • i cattivi perdono dopo un clamoroso rovesciamento di campo
  • esplosione finale

E’ assolutamente fondamentale notare come i veri protagonisti delle serie siano i cattivi che suscitano empatia nello spettatore che già dopo qualche puntata si ritrova a parteggiare contro i buoni.

Ma andiamo un po’ più sullo specifico della nostra serie preferita.

La storia ruota intorno alla ricerca dei frammenti della fantomatica pietra Dokrostone, leggendario artefatto che donerebbe al possessore una ricchezza eterna. O almeno, questo è ciò che afferma il misterioso Dokrobei, colui che assumerà lo sfortunato trio Drombo per recuperarla: nonostante venga stabilito dall’inizio un rapporto capo-dipendenti in realtà Dokrobei diventerà padrone del trio, con continue vessazioni, torture e punizioni in occasione dell’immancabile fallimento, anche quando i tre poveretti non hanno colpa.

Il trio è formato da stereotopi classici:

  • Tonzula, il braccio: la forza bruta del gruppo, il primo a venire alle mani e il più stupidotto dei tre
  • Boyaki, la mente: l’intelligentone e il responsabile della creazione di armi e robot totalmente assurdi.
  • Miss Dronio, le poppe: leader spirituale, gran topolona e sogno erotico di ogni bambino dell’epoca.

La controparte buona era invece formata da due giovani ragazzi e dalla loro piccola mascotte, un fastidioso dado gigante senziente.

Ma chiaramente i protagonisti della serie erano loro, i robottoni!

Inizialmente l’unico a disposizione dei nostri paladini della giustizia è Yattacan, un gigantesco san bernardo robotico che verrà in seguito affiancato da una controparte volante (Yattapellican) e da una acquatica (Yattapesce): per la cronaca io adoravo Yattapesce ma le missioni sottomarine erano pochissime e quindi veniva utilizzato quasi mai, rimanendo a puzzare nell’enorme hangar-base segreta.

In una drammatica puntata il trio Drombo riesce incredibilmente a distruggere Yattacan che tornerà in versione 2.0 (Yattaking): più grande e con al suo interno altri robot delle dimensioni del vecchio Yattacan, scelti di volta in volta con un sorteggio interno allo stesso Yattaking.

Tutti gli scontri seguivano uno schema collaudato che si ripeteva immancabilmente ad ogni episodio: prima di tutto Ganchan e Janet (i buoni) si scontravano all’arma bianca con Tonzula e Boyaki. Mentre i primi due avevano le stesse armi per tutta la durata della serie (un kendama per lui, un bastone allungabile per lei…ehm…) i cattivi sfoggiavano ogni volta congegni differenti, ispirati solitamente alla truffa iniziale usata per raccogliere fondi. La truffa inoltre dava l’ispirazione anche per la forma del robot gigante, la cui costruzione era sempre accompagnata da un motivetto musicale.

Dopo una sonora sconfitta i due poveracci del trio si rifugiavano all’interno del proprio robot (a differenza di Yattacan & co. che non avevano bisogno di piloti ma erano autosufficienti): incredibilmente il trio riusciva sempre ad avere la meglio ma a questo punto entrava in scena il tonico! Un oggetto (nel caso di Yattacan un osso) veniva lanciato al robot di turno che si rimetteva in sesto e lasciava continuare la battaglia ad un esercito di robottini dalle forme più assurde e disparate, vera colonna portante della serie e trovata geniale che lo spettatore aspettava con trepidazione dall’inizio di ogni puntata.

Dopo averle prese di brutto per svariati episodi anche il trio Drombo costruisce per i propri giganti metallici delle controparti minuscole trasformando ogni scontro in una battaglia tra esilaranti e improbabili armate.

La serie aveva in patria un successo spropositato tanto che spesso i robot venivano creati su suggerimento degli spettatori che spedivano le loro idee alla casa di produzione (ciò era possibile grazie alla cadenza settimanale della serie).

Dopo poco fece il suo ingresso anche una piccola mascotte del trio, un maiale meccanico che non portava altro che sventura e che esplodeva immancabilmente ad ogni sconfitta.

Il finalone era caratterizzato dal trio che, con i vestiti a brandelli e la fuliggine sul volto, tornava mestamente a casa e puntualmente veniva punito da Dokrobei nei modi più impensabili.

Nonostante i 108 (!) episodi fossero praticamente identici e ripetitivi seguendo lo schema di cui ho parlato poco fa, il prezzo del biglietto era ampliamente giustificato dal nuovo robot del trio, dallo scontro tra i minieserciti e soprattutto dalla possibilità che il vestito di Miss Dronio si distruggesse esponendo le preziose zizze al vento.

Nel 2008 c’è stata una seconda serie (che purtroppo non ho ancora visto ed è inedita in Italia) che sembra più un reboot che una continuazione, sicuramente c’è stata una modernizzazione per renderla più attuale, vi aggiornerò dopo averne preso visione.

Infine nel 2009 viene data alla luce una pellicola in live action diretta nientemeno che da Takashi Miike : quando venni a sapere di questa notizia rimasi perplesso, Miike è uno straordinario professionista ma è più famoso per generi parecchio lontani dalla leggerezza di un anime come Yattaman.

Dopo averlo visto rimango ancora perplesso.

La fedeltà a livello visivo è dannatamente alta, esclusi alcuni particolari (il maggiore è Yattacan, completamente anonimo e irriconoscibile).

Non ho gradito particolarmente l’utilizzo di nasi (volutamente) finti per Tonzula e Boyaki: è chiaramente una scelta stilistica e personale ma l’ho trovata inutile e anche piuttosto bruttina da vedere.

Sono rimasto tremendamente deluso dal famoso balletto che nella serie originale accompagnava la costruzione del robot del trio: l’attrice che impersona Dronio, per quanto sia una topona di altissimo livello, è svogliatissima e sembra quasi infastidita dal dover recitare una parte simile. Mi ha veramente fatto cascare le palle a terra.

Per il resto c’è tutto: robottini e robottoni, c’è la truffa, c’è l’intreccio romantico (a cui viene decisamente dedicato troppo spazio), c’è Dokrobei e ci sono le sue punizioni, c’è il maialino. Purtroppo non c’è Miike.

Da un regista di questo calibro mi sarei aspettato le zampate del maestro, i colpi di genio e invece a parte 2-3 gag che “osano” rispetto all’originale (non vi dico come viene sconfitto il primo Yattacan) non c’è nulla di più del compitino ben svolto per accontentare il fan.

E il fan effetivamente viene accontentato, anche a giudicare dagli alti incassi ottenuti in patria, quindi se avete amato la serie animata probabilmente non rimarrete delusi, ma il resto del pubblico potrebbe rimanere altamente deluso.

Come al solito su iutubo si trovano benefattori che mettono a disposizione serie intere per la gioia dei fan, se quindi avete voglia di guardarvi tutte le avventure dello sfigatissimo trio Drombo andate qui!

Come al solito non posso che chiudere in bellezza regalandovi la famosissima sigla iniziale italiana in versione integrale (ad opera degli onnipresenti Cavalieri del Re)

Ken il Guerriero

marzo 16, 2010

Uatatatatatatatatatatatatatatatatatatata.Uatà.Dal Vangelo secondo Kenshiro, versetti dall’1 al 750.

Quando ti restano sette secondi di vita e hai appena finito di vedere la seconda puntata di Heroes potrebbe venirti qualche rimpianto. Per fortuna nell’universo creato da Tetsuo Hara e Buronson non esistono più televisori funzionanti, segno evidente che qualcuno non ha salvato le sue cheerleader. Ma questa è un’altra storia.

Hokuto no Ken (Ken il Guerriero da noi) è stata una delle serie animate più famose dagli anni ottanta in poi, tanto che viene continuamente replicata tuttora in diverse emittenti regionali e son poche le persone che non conoscono il personaggio (arrivato, purtroppo, ad entrare negativamente in fatti di cronaca come vedremo dopo).

L’esploditore di teste™ nasce dalla collaborazione tra due menti, lo sceneggiatore Buronson (o Bronson, così soprannominato per la somiglianza con l’attore americano, vero nome Yoshiyuki Okamura) ed il disegnatore Tetsuo Hara che nel 1983 si ritrovano e danno vita ad un manga in 27 volumi dal quale verrà poi tratta la serie animata.

In Italia arriverà prima quest’ultima, nel 1987, e solo dopo il fumetto.

L’ambientazione è tutt’altro che piacevole: siamo alcuni anni dopo un olocausto nucleare che ha sconvolto l’intero pianeta, riducendolo ad un ammasso informe di desolazione e disperazione, dominato dalla violenza e dalla legge del più forte, dove si uccide per un tozzo di pane o per una bottiglia d’acqua. Per darvi un’idea, ciò che più si avvicina a questo tipo di mondo è l’universo della filmografia di Mad Max.

Con le armi da fuoco ormai merce rarissima, l’umanità è ritornata a farsi del male all’arma bianca, ma soprattutto improbabili scuole di arti marziali sembrano fioccare come la muffa nel tappettino della mia doccia: ed è proprio ad una di queste scuole di millenaria tradizione che appartiene il protagonista, la devastante Arte di Hokuto!

La storia si dipana molto linearmente: all’inizio Ken dovrà sconfiggere il cattivone di turno, colpevole solo di averne rapito la di lui compagna di limonate e di aver sottomesso buona parte del paese (che comunque non è mai ben identificato anche se si presume sia il Sol Levante che si è decisamente levato) con la violenza, il terrore e la musica dance. Il cattivone in questione è anche colpevole dello sfregio che il protagonista porta in petto, sette cicatrici disposte nella posizione dell’Orsa Maggiore che lo rendono una perfetta cartina durante la notte.

Alla fine di questa prima parte spunteranno fuori una caterva di altri nemici, perlopiù appartenenti alla scuola “rivale” di Hokuto, Nanto, ma soprattutto i due fratelli di Ken, Toki e Raul: la sconfitta di quest’ultimo segnerà anche la fine della prima serie animata.

Ciò che contraddistingue l’anime è che a tutti, ma proprio a tutti è concessa la possibilità di redenzione, a prescindere dai crimini commessi: e se i sottoposti dei vari “maestri” alla fine dell’episodio si aggiungeranno alla folta schiera di chiazze rosse sul pavimento, ben altra sorte è riservata ai nemici più forti (solo a livello morale, perchè tanto poi schiattano tutti). A questi è risparmiato quasi sempre il dramma del disfacimento fisico, rendendo dignità al cadavere di chi bene o male è riuscito a salvare la propria anima, anche se all’ultimo momento.

Sì, perchè caratteristica dell’Arte di Hokuto è quella di provocare la morte dopo la pressione di alcuni centri nervosi, detti tsubo, che sebbene abbiano anche proprietà curative vengono utilizzati per uccidere nelle maniere più disparate. Generalmente è l’esplosione di qualche parte del corpo necessaria alla sopravvivenza, come cuore, polmoni o la testa che si gonfiano schizzando litri di sangue come neanche il miglior Jackson Pollock sapeva fare (ecco perchè chiamata Arte di Hokuto).

Tetsuo Hara non nasconde il suo apprezzamento per il cinema di genere americano, e più in generale verso personaggi della cultura pop occidentale e lo fa con incredibili somiglianze tra personalità viventi (e non) e i protagonisti del manga. Ci troviamo perciò davanti a cloni di Stallone (su cui sembra essere modellato il protagonista), Schwarzenegger(Raoul,il più grande nemico della serie, giusto per sfruttare la rivalità dell’epoca tra i 2 attori), Christopher Lambert, Boy George(!!???), Dolph Lundgren e vari personaggi minori come Hulk Hogan e Mr T. Emblematica la somiglianza di Toki con la figura di Gesù: è il personaggio che predica maggiormente l’amore e la pace, nonostante questo però fa comunque uso di arti marziali i cui colpi hanno la particolarità di non provocare dolore e condurre ad una morte “piacevole”. E’ il personaggio che più di tutti incarna il sacrificio personale, morendo in favore di un bene superiore.

Curiosità: lo stesso Stallone ha recentemente dichiarato che uno dei suoi più grossi rimpianti è stato il non aver realizzato un film su Ken, nel quale avrebbe coinvolto anche l’amico Arnie. Affascinato dalla storia (come no, qualcuno gli ha detto che il protagonista era modellato su di lui e ha avuto 12 orgasmi) e dai valori in esso contenuti ha però riconosciuto di essere troppo vecchio per un ruolo del genere quindi per adesso si limita a distruggere tutti i suoi personaggi più famosi. Dopo aver massacrato Rocky Balboa e John Rambo, forse la prossima estrema unzione sarà Marion Cobretti?

A grandi linee la trama continua nello stesso modo anche nella seconda serie, spuntano nemici più grandi e più forti, che poi diventano amici, che poi schiattano e così via. La violenza è solo l’aspetto superficiale della storia che è permeata da valori totalmente positivi come l’amicizia, l’amore,la famiglia, l’altruismo, la già citata redenzione e soprattutto la speranza. L’uso della forza bruta da parte del protagonista è solo l’ultima risorsa, contro chi è irriducibilmente malvagio e senza nessuno spiraglio di cambiamento: in un mondo dominato dal sangue la presenza di questi valori risaltano ancor di più, perchè fanno da contraltare alle molteplici forme di odio e distruzione che contraddistinguono la nuova era dell’umanità.

Purtroppo la violenza, molto pesante all’epoca ma anche tutt’oggi, è l’unica cosa che salta all’occhio con una visione superficiale e frammentaria dell’opera, rendendolo il perfetto capro espiatorio dei comportamenti deliranti di adolescenti con evidenti turbe mentali. Ken il Guerriero fu il principale imputato di una battaglia mediatica che genitori ignoranti, bigotti e perbenisti attuarono nei confronti dei violenti “cartoni animati giapponesi”, portatori di cattivi principi e altamente diseducativi. Il fatto che queste stesse persone usassero l’apparecchio televisivo come un’economica babysitter è un altro discorso.

Famosissimo fu un episodio: alcuni decerebrati trovaro come passatempo preferito il lanciare massi (dalle dimensioni inversamente proporzionali al loro cervello) dai vari cavalcavia e siccome a casa di uno di questi dementi venne rinvenuto un numero del fumetto di Hokuto no Ken fu semplice per una massa di altrettanto decerebrati idioti fare del giornalismo di bassissima lega, divulgando ignoranza e disinformazione. L’istigatore di tali gesti era stato trovato, il “giornalino” (come venne chiamato) di Ken il Guerriero! Dagli all’untore!

A parte il fatto che sia nel fumetto che nella serie animata non compare nessun episodio del genere…è come arrestare un sequestratore, trovargli a casa una copia dei Promessi Sposi e dare la colpa all’Innominato. Il resto del romanzo non ha assolutamente nessuna rilevanza.

Fortuna che si alzò anche un generale coro di protesta che fece riflettere su come fossero altri i problemi e le cause della mancanza di valori nei giovani, e non qualche figura animata che si dava le botte su uno schermo televisivo.

Vi lascio con la storica sigla italiana, in versione completa e con la desolante intro parlata iniziale!


Il robot componibile che salverà il mondo! Se non perdi un bullone per montarlo, in quel caso son cazzi.

La J e la K (spoiler!) son stati difficili da trovare ma mai quanto la Q. Fortuna che esistono i cartoni animati giapponesi.

La seconda volta che esamino un personaggio di una serie animata e ancora una volta mi trovo a parlare di uno dei suoi maestri per eccellenza, Go Nagai: come detto in precedenza Nagai ha dato vita ad alcuni dei più famosi robottoni protagonisti di mmmmille avventure nelle fantasie di ogni bambino. Stavolta daremo un’occhiata ad uno dei più atipici del suo repertorio, Jeeg.

Mentre nelle altre serie di robottoni il protagonista umano era sempre il pilota dell’enorme ammasso di rottami qui ci troviamo davanti ad un caso unico, il giovane Hiroshi infatti per poter salvare il pianeta dall’ennesima invasione si trasforma nientemeno che in una testa gigante! Per nostra fortuna Nagai è un genio o avremmo assistito all’intera serie con un capoccione che prendeva a testate il cattivone di turno. La trasformazione del protagonista infatti è solo la prima fase di quell’unione che porterà Jeeg al suo completamento.

Ma prima di tutto esaminiamo con ordine la trama: il solito scienziato giapponese ritrova un antico artefatto, una campana di bronzo di proprietà della signora Himika, regina di un popolo di creature cattivissime che nel tempo libero si diletta nello sterminio della razza umana. Il professore, che non ha la laurea così per dire, nasconde la campana ma durante un incidente al laboratorio decide di miniaturizzare l’oggetto nel petto del figlio, rendendolo di fatto invulnerabile.

Il figlio cresce, diventa pilota di formula e dopo essere uscito illeso da un incidente assiste alla rinascita del popolo Yamatai (quelli cattivissimi) che uccidono il padre: questi, morente, racconta tutto al figlio, gli regala un ciondolo e 2 guanti di lana e trasferisce la sua coscienza in un cervellone elettronico. Da quel giorno Hiroshi combatterà il crimine…ehm, gli invasori, trasformandosi nella succitata testa gigante con uno schiocco di nocche (è molto difficile schioccare le nocche).

Come accennato poco fa però la mente senza il braccio può fare ben poco (e anche il resto del corpo non farebbe schifo) e Jeeg ha bisogno dei suoi componenti aggiuntivi: fortuna vuole che ogni professore si circondi di belle figliole, sarà proprio una di queste, Miwa, ad aiutare Hiroshi in ogni puntata a bordo del Big Shooter, sparandogli i pezzi necessari che si uniranno in un baleno al faccione metallico (proprio come un mobile Ikea, sisi…)

Fu questa una delle basi del successo della serie, in ogni puntata c’era la possibilità di vedere nuovi pezzi unirsi al robottone: missili giganti per trivellare il sottosuolo, scudi rotanti, torpedini per missioni sottomarine, moduli per volare nello spazio e non ultima la possente cavalcatura che rendeva Jeeg un centauro.

E chiaramente, come in ogni serie sui robottoni che si rispetti, fondamentali erano le armi e i colpi segreti del protagonista: indimenticabili i magli perforanti (che Jeeg poteva lanciare a ripetizione, non come i suoi colleghi di serie B, tzè) e il famosissimo raggio protonico.

Chiaramente quando si era bambini non si dava troppo peso a metafore e significati nascosti, si volevano le esplosioni, le risse tra giganti e si era contenti così. Però si tentava comunque di dare uno scopo a queste serie, in Jeeg vediamo un notevole peso dato al rapporto padre-figlio e all’amicizia che sembrano non conoscere confini. E’ anche una delle poche serie dove non c’è un risvolto romantico tra i due protagonisti, troppo impegnati in un progetto di maturazione personale necessario per salvare il mondo.

Jeeg è anche uno dei robottoni meno ONI del solito: la sua altezza, per quanto non stabilità ufficialmente, dovrebbe attestarsi intorno ai 12-15 metri, notevolmente inferiore rispetto ad altri “giganti” come Goldrake, Mazinga o Daitarn.

Il modo migliore per lasciarci è ovviamente con la storica sigla: è famosissima la leggenda metropolitana secondo la quale il cantante della versione italiana fosse nientemeno che Piero Pelù. Chiaramente è un falso, Pelù all’epoca era troppo impegnato a pensare come sciogliere i Litfiba e a rientrarci senza perdere credibilità (impegnandosi troppo nella prima parte del piano).

La sigla è invece ad opera del defunto Roberto Fogu, in arte Fogus: una curiosità è che prima del disco originale di Fogu uscì una cover per mano dei Superobots che vendette uno sfracello di più della versione originale. Ve le propongo entrambe perchè vi voglio bene.

Fogus Version

Superobots

Devilman

marzo 4, 2010

Ecco cosa successe quando Puffetta si accoppiò con un demone.

Go Nagai è stato un punto di riferimento nell’immaginazione di ogni bambino vissuto negli anni 70-80 dando vita ad alcuni dei personaggi più noti del fumetto e, come naturale conseguenza, dell’animazione giapponese. E’ semplicemente impressionante il numero di serie culto a cui ha prestato il suo genio, basti dire che a lui si devono tutte le principali incarnazioni “robotiche” di quegli anni, da Mazinga a Jeeg, da Goldrake a Getter Robot. Un solo post non basta a riassumere quanto determinante sia stato nel panorama dei “cartoni animati giapponesi”, probabilmente tornerò a parlare nuovamente di lui in futuro (anzi, senza il probabilmente)

Oggi mi dedicherò a una delle saghe più belle, oscure e inquietanti che sono scaturite dalla sua mente, ovvero Debiruman (Devilman). Tutto nasce quando Nagai rimane affascinato dalle illustrazioni di Gustave Dorè per la Divina Commedia, e in particolare da quella di Lucifero

Nasce così il progetto Mao Dante: la Toei Animation, uno dei colossi dell’animazione giapponese, apprezza il lavoro di Nagai e gli commissiona una serie tv sul personaggio di Devilman ma qui iniziano i problemi. Il fumetto ha tinte scure, un personaggio mezzo capra (non per l’intelligenza ma per le gambe da satiro) e una violenza decisamente troppo elevata per gli standard dell’epoca. Gli studios chiedono così all’autore di modificare la storia ma questi si rifiuta categoricamente facendosi da parte. Ciò che ne segue è una riscrittura della serie che presenta notevoli differenze rispetto alla sua controparte cartacea.

La storia non è tra le più complesse ma ha una tensione narrativa altissima, grazie anche al tratto di Nagai, delirante, sporco, oscuro: la Terra su cui viviamo era un tempo governata dai Demoni, ora ibernati, che stanno per risvegliarsi e riprendere possesso del pianeta, e per farlo si fondono con gli esseri umani eliminandone la coscienza e mantenendo i loro poteri. Akira Fudo viene messo al corrente di tutto ciò dal suo migliore amico, Ryo Suka, e decidono che l’unico modo per sconfiggere l’invasione è riusci a farsi possedere da un demone mantenendo però la propria coscienza. Tra i due solo Akira, puro di cuore, riesce nell’intento dominando uno dei più forti demoni, Amon, e dedicando così la sua esistenza a combattere gli invasori.

Ma mano a mano che la storia procede si incupisce sempre più, gli scontri con i nemici sono brutali ma ancora più spaventosa sarà la direzione che prenderà la razza umana, assalita dal terrore, per combattere la minaccia, portando il pianeta in un clima di odio, sospetto, persecuzione contro i propri simili. Tutto ciò che di peggio esiste nell’animo umano uscirà fuori relegando l’invasione dei demoni in secondo piano fino ad arrivare ad un finale apocalittico che lascia ben poco spazio alla speranza…

Parlavamo di differenze fumetto-serie tv. Prima di tutto la fisionomia del protagonista: mentre nel fumetto è un demone terrificante, con un ghigno malefico e un tratto sporco, slavato e aggressivo nella serie tv si trasforma in un culturista con addominali scolpiti al gusto puffo …err di colore blu volevo dire. Anche le espressioni sono meno arcigne per renderlo più “gradevole” al grande pubblico, per non parlare delle ali rosse da robottone di ben altra fattura rispetto a quelle grezze e animalesche del fumetto.

E non è l’unico cambiamento, il fumetto, composto da 5 volumi, affronta temi profondissimi come emarginazione e razzismo, e lo fa nella crudezza più assoluta, abbondando con il sangue e la violenza usati in maniera non necessariamente gratuita ma come male necessario ad aprire gli occhi al lettore.

La serie tv d’altro canto (composta da 39 episodi) è molto più edulcorata rispetto al suo “genitore”, la violenza e il sangue sono decisamente meno e ogni episodio si ripete in maniera più o meno simile con il protagonista impegnato a sconfiggere il nemico di turno, banalizzando terribilmente il progetto originale. Persino il finale è all’insegna dell’ottimismo più totale distaccandosi anni luce dal “vero” finale di Nagai.

La serie arrivò in Italia con circa una decina di anni di ritardo rispetto al giappone (1982 da noi) ma rimane comunque un ricordo indelebile, anche perchè a quei tempi e a quell’età c’era ben poco cervello per fare filosofia su differenze presunte, intenzioni originali e balle varie: il “cartone animato” era divertente, comunque abbastanza violento e aveva una sigla iniziale assolutamente meravigliosa (interpretata dagli storici Cavalieri del Re, che meritano un post a parte).

Nel 1987 vengono prodotti 2 OAV che riportano la storia ai livelli di fedeltà del fumetto: via il colore bluastro del protagonista così come tutto il character design dei personaggi, molto più vicino all’opera originale, così come la trama e persino i dialoghi.Soprattutto viene ridata un po’ di dignità all’arpia Silen, uno dei più importanto nemici del fumetto, passata in modo totalmente anonimo nella serie tv. Nel 2000 esce l’ultimo conclusivo capitolo, ancora inedito da noi.

Nel 2004 esce un film live-action di Devilman, con pesanti interventi di CGI nonostante i quali la pellicola sembra un b-movie girato con 2 soldi e davvero non si capiscono le intenzioni del prodotto. Gli amanti della saga comunque sembrano averlo apprezzato, anche se i tempi cinematografici ristretti non bastano a riassumere integralmente la trama dell’opera a fumetti.

Il fumetto ha poi avuto vari prequel, sequel, spin-off (Devil Lady) e anche il progenitore incompiuto (Mao Dante) è stato recentemente riscritto da zero dallo stesso Nagai. In italia sono uscite 3 versioni del fumetto, una introvabile della Granata Press, una bellissima in 3 volumoni giganti della Dynamic Italia e più recentemente una identica per formato e numeri a quella giapponese, da parte della d/visual. Il mio consiglio è recuperare quest’opera e metterla nella libreria senza vergogna poichè si tratta di una delle più grandi espressioni del fumetto giapponese (e non).

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