Il robot componibile che salverà il mondo! Se non perdi un bullone per montarlo, in quel caso son cazzi.

La J e la K (spoiler!) son stati difficili da trovare ma mai quanto la Q. Fortuna che esistono i cartoni animati giapponesi.

La seconda volta che esamino un personaggio di una serie animata e ancora una volta mi trovo a parlare di uno dei suoi maestri per eccellenza, Go Nagai: come detto in precedenza Nagai ha dato vita ad alcuni dei più famosi robottoni protagonisti di mmmmille avventure nelle fantasie di ogni bambino. Stavolta daremo un’occhiata ad uno dei più atipici del suo repertorio, Jeeg.

Mentre nelle altre serie di robottoni il protagonista umano era sempre il pilota dell’enorme ammasso di rottami qui ci troviamo davanti ad un caso unico, il giovane Hiroshi infatti per poter salvare il pianeta dall’ennesima invasione si trasforma nientemeno che in una testa gigante! Per nostra fortuna Nagai è un genio o avremmo assistito all’intera serie con un capoccione che prendeva a testate il cattivone di turno. La trasformazione del protagonista infatti è solo la prima fase di quell’unione che porterà Jeeg al suo completamento.

Ma prima di tutto esaminiamo con ordine la trama: il solito scienziato giapponese ritrova un antico artefatto, una campana di bronzo di proprietà della signora Himika, regina di un popolo di creature cattivissime che nel tempo libero si diletta nello sterminio della razza umana. Il professore, che non ha la laurea così per dire, nasconde la campana ma durante un incidente al laboratorio decide di miniaturizzare l’oggetto nel petto del figlio, rendendolo di fatto invulnerabile.

Il figlio cresce, diventa pilota di formula e dopo essere uscito illeso da un incidente assiste alla rinascita del popolo Yamatai (quelli cattivissimi) che uccidono il padre: questi, morente, racconta tutto al figlio, gli regala un ciondolo e 2 guanti di lana e trasferisce la sua coscienza in un cervellone elettronico. Da quel giorno Hiroshi combatterà il crimine…ehm, gli invasori, trasformandosi nella succitata testa gigante con uno schiocco di nocche (è molto difficile schioccare le nocche).

Come accennato poco fa però la mente senza il braccio può fare ben poco (e anche il resto del corpo non farebbe schifo) e Jeeg ha bisogno dei suoi componenti aggiuntivi: fortuna vuole che ogni professore si circondi di belle figliole, sarà proprio una di queste, Miwa, ad aiutare Hiroshi in ogni puntata a bordo del Big Shooter, sparandogli i pezzi necessari che si uniranno in un baleno al faccione metallico (proprio come un mobile Ikea, sisi…)

Fu questa una delle basi del successo della serie, in ogni puntata c’era la possibilità di vedere nuovi pezzi unirsi al robottone: missili giganti per trivellare il sottosuolo, scudi rotanti, torpedini per missioni sottomarine, moduli per volare nello spazio e non ultima la possente cavalcatura che rendeva Jeeg un centauro.

E chiaramente, come in ogni serie sui robottoni che si rispetti, fondamentali erano le armi e i colpi segreti del protagonista: indimenticabili i magli perforanti (che Jeeg poteva lanciare a ripetizione, non come i suoi colleghi di serie B, tzè) e il famosissimo raggio protonico.

Chiaramente quando si era bambini non si dava troppo peso a metafore e significati nascosti, si volevano le esplosioni, le risse tra giganti e si era contenti così. Però si tentava comunque di dare uno scopo a queste serie, in Jeeg vediamo un notevole peso dato al rapporto padre-figlio e all’amicizia che sembrano non conoscere confini. E’ anche una delle poche serie dove non c’è un risvolto romantico tra i due protagonisti, troppo impegnati in un progetto di maturazione personale necessario per salvare il mondo.

Jeeg è anche uno dei robottoni meno ONI del solito: la sua altezza, per quanto non stabilità ufficialmente, dovrebbe attestarsi intorno ai 12-15 metri, notevolmente inferiore rispetto ad altri “giganti” come Goldrake, Mazinga o Daitarn.

Il modo migliore per lasciarci è ovviamente con la storica sigla: è famosissima la leggenda metropolitana secondo la quale il cantante della versione italiana fosse nientemeno che Piero Pelù. Chiaramente è un falso, Pelù all’epoca era troppo impegnato a pensare come sciogliere i Litfiba e a rientrarci senza perdere credibilità (impegnandosi troppo nella prima parte del piano).

La sigla è invece ad opera del defunto Roberto Fogu, in arte Fogus: una curiosità è che prima del disco originale di Fogu uscì una cover per mano dei Superobots che vendette uno sfracello di più della versione originale. Ve le propongo entrambe perchè vi voglio bene.

Fogus Version

Superobots

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