Yattaman

settembre 23, 2010

Quando il tuo migliore amico è un dado parlante è tempo di capire che hai un problema col gioco d’azzardo.

Quando si deve parlare di uno degli anime più famosi, importanti e divertenti degli anni 80 lo si fa con un po’ di tremarella, riverenza ed eccitazione: e dire che aspettavo la lettera Y da mesi ma ora mi ritrovo davanti al foglio elettronico bianco, e non perchè non sappia di cosa parlare ma perchè non so da dove cominciare!

Proviamo dall’inizio.

Yattaman è una serie animata che fa parte di un progetto giapponese più ampio composto da un totale di 10 serie, in un periodo compreso tra il 1975 e il 2008: sto parlando delle Time Bokan Series.

Le Time Bokan sono un prodotto interamente generato dalla celebre Tatsunoko, una piccola casa di produzione che in circa 3 decenni di lavoro ha dato i natali a innumerevoli serie storiche che mi sembra inutile stare ad elencare, sia perchè sono tante e sia perchè molte ricadono nel favoloso periodo qui trattato e avremo occasione in futuro di tornarci su.

Time Bokan dicevamo.

Siamo a metà degli anni 70 e l’animazione giapponese sforna serial a ripetizione ma un’analisi accurata rivela che la maggior parte è incentrata su tematiche serie, dove negli scontri tra robottoni giganti e alieni invasori c’è poco spazio per l’umorismo e i protagonisti umani sono troppo impegnati a salvare il mondo per lasciarsi scappare una risata ogni tanto.

La Tatsunoko se ne accorge e confeziona una nuova formula di base e la applicherà alle già citate serie nel corso dei decenni a venire.

Le Time Bokan non faranno che ripetere lo stesso canovaccio anno dopo anno, cambiando ambientazione ma mantenendo un insieme di archetipi e situazioni comuni a tutte le serie: l’esordio avviene con la serie omonima, arrivata da noi con il titolo di La Macchina del Tempo e verrà seguita due anni più tardi (1977, ma 1984 in Italia) proprio dai nostri Yattaman. Purtroppo nel nostro paese le Time Bokan sono tutte inedite ad esclusione di quattro: oltre alle due citate possiamo ricordare I Predatori del Tempo e Calendar Men (sulle quali forse ritornerò).

Si ok, tutto molto bello, ma alla fin fine che è sta formula rivoluzionaria?

L’intuizione della Tatsunoko è stata quella di accorgersi di un buco nella programmazione del tempo, come detto quasi tutta la produzione animata virava su ambientazioni seriose, spesso con toni addirittura drammatici: serviva qualcosa che colmasse questa lacuna nel panorama televisivo, che si prendesse poco seriamente e che strappasse qualche risata allo spettatore. Questo avviene ma in maniera addirittura esasperata portando un’assoluta demenzialità sui piccoli schermi nipponici che poche volte si era vista in passato.

Soprattutto da Yattaman in poi le situazioni chiave di ogni episodio si ripeteranno nelle puntate successive, creando un vero e proprio format che contraddistingue per l’appunto le Time Bokan.

  • Ci sono due gruppetti, i buoni (solitamente un duo) e i cattivi (quasi sempre un trio)
  • i cattivi sono alla ricerca di un qualcosa di prezioso che caratterizza la serie
  • i cattivi hanno bisogno di fondi, organizzano qualche commercio illegale (alla luce del sole) e con i ricavati costruiscono un gigantesco robot
  • i buoni li inseguono e dopo qualche scaramuccia fisica lasciano che siano i rispettivi robot a suonarsele per conto loro
  • i cattivi perdono dopo un clamoroso rovesciamento di campo
  • esplosione finale

E’ assolutamente fondamentale notare come i veri protagonisti delle serie siano i cattivi che suscitano empatia nello spettatore che già dopo qualche puntata si ritrova a parteggiare contro i buoni.

Ma andiamo un po’ più sullo specifico della nostra serie preferita.

La storia ruota intorno alla ricerca dei frammenti della fantomatica pietra Dokrostone, leggendario artefatto che donerebbe al possessore una ricchezza eterna. O almeno, questo è ciò che afferma il misterioso Dokrobei, colui che assumerà lo sfortunato trio Drombo per recuperarla: nonostante venga stabilito dall’inizio un rapporto capo-dipendenti in realtà Dokrobei diventerà padrone del trio, con continue vessazioni, torture e punizioni in occasione dell’immancabile fallimento, anche quando i tre poveretti non hanno colpa.

Il trio è formato da stereotopi classici:

  • Tonzula, il braccio: la forza bruta del gruppo, il primo a venire alle mani e il più stupidotto dei tre
  • Boyaki, la mente: l’intelligentone e il responsabile della creazione di armi e robot totalmente assurdi.
  • Miss Dronio, le poppe: leader spirituale, gran topolona e sogno erotico di ogni bambino dell’epoca.

La controparte buona era invece formata da due giovani ragazzi e dalla loro piccola mascotte, un fastidioso dado gigante senziente.

Ma chiaramente i protagonisti della serie erano loro, i robottoni!

Inizialmente l’unico a disposizione dei nostri paladini della giustizia è Yattacan, un gigantesco san bernardo robotico che verrà in seguito affiancato da una controparte volante (Yattapellican) e da una acquatica (Yattapesce): per la cronaca io adoravo Yattapesce ma le missioni sottomarine erano pochissime e quindi veniva utilizzato quasi mai, rimanendo a puzzare nell’enorme hangar-base segreta.

In una drammatica puntata il trio Drombo riesce incredibilmente a distruggere Yattacan che tornerà in versione 2.0 (Yattaking): più grande e con al suo interno altri robot delle dimensioni del vecchio Yattacan, scelti di volta in volta con un sorteggio interno allo stesso Yattaking.

Tutti gli scontri seguivano uno schema collaudato che si ripeteva immancabilmente ad ogni episodio: prima di tutto Ganchan e Janet (i buoni) si scontravano all’arma bianca con Tonzula e Boyaki. Mentre i primi due avevano le stesse armi per tutta la durata della serie (un kendama per lui, un bastone allungabile per lei…ehm…) i cattivi sfoggiavano ogni volta congegni differenti, ispirati solitamente alla truffa iniziale usata per raccogliere fondi. La truffa inoltre dava l’ispirazione anche per la forma del robot gigante, la cui costruzione era sempre accompagnata da un motivetto musicale.

Dopo una sonora sconfitta i due poveracci del trio si rifugiavano all’interno del proprio robot (a differenza di Yattacan & co. che non avevano bisogno di piloti ma erano autosufficienti): incredibilmente il trio riusciva sempre ad avere la meglio ma a questo punto entrava in scena il tonico! Un oggetto (nel caso di Yattacan un osso) veniva lanciato al robot di turno che si rimetteva in sesto e lasciava continuare la battaglia ad un esercito di robottini dalle forme più assurde e disparate, vera colonna portante della serie e trovata geniale che lo spettatore aspettava con trepidazione dall’inizio di ogni puntata.

Dopo averle prese di brutto per svariati episodi anche il trio Drombo costruisce per i propri giganti metallici delle controparti minuscole trasformando ogni scontro in una battaglia tra esilaranti e improbabili armate.

La serie aveva in patria un successo spropositato tanto che spesso i robot venivano creati su suggerimento degli spettatori che spedivano le loro idee alla casa di produzione (ciò era possibile grazie alla cadenza settimanale della serie).

Dopo poco fece il suo ingresso anche una piccola mascotte del trio, un maiale meccanico che non portava altro che sventura e che esplodeva immancabilmente ad ogni sconfitta.

Il finalone era caratterizzato dal trio che, con i vestiti a brandelli e la fuliggine sul volto, tornava mestamente a casa e puntualmente veniva punito da Dokrobei nei modi più impensabili.

Nonostante i 108 (!) episodi fossero praticamente identici e ripetitivi seguendo lo schema di cui ho parlato poco fa, il prezzo del biglietto era ampliamente giustificato dal nuovo robot del trio, dallo scontro tra i minieserciti e soprattutto dalla possibilità che il vestito di Miss Dronio si distruggesse esponendo le preziose zizze al vento.

Nel 2008 c’è stata una seconda serie (che purtroppo non ho ancora visto ed è inedita in Italia) che sembra più un reboot che una continuazione, sicuramente c’è stata una modernizzazione per renderla più attuale, vi aggiornerò dopo averne preso visione.

Infine nel 2009 viene data alla luce una pellicola in live action diretta nientemeno che da Takashi Miike : quando venni a sapere di questa notizia rimasi perplesso, Miike è uno straordinario professionista ma è più famoso per generi parecchio lontani dalla leggerezza di un anime come Yattaman.

Dopo averlo visto rimango ancora perplesso.

La fedeltà a livello visivo è dannatamente alta, esclusi alcuni particolari (il maggiore è Yattacan, completamente anonimo e irriconoscibile).

Non ho gradito particolarmente l’utilizzo di nasi (volutamente) finti per Tonzula e Boyaki: è chiaramente una scelta stilistica e personale ma l’ho trovata inutile e anche piuttosto bruttina da vedere.

Sono rimasto tremendamente deluso dal famoso balletto che nella serie originale accompagnava la costruzione del robot del trio: l’attrice che impersona Dronio, per quanto sia una topona di altissimo livello, è svogliatissima e sembra quasi infastidita dal dover recitare una parte simile. Mi ha veramente fatto cascare le palle a terra.

Per il resto c’è tutto: robottini e robottoni, c’è la truffa, c’è l’intreccio romantico (a cui viene decisamente dedicato troppo spazio), c’è Dokrobei e ci sono le sue punizioni, c’è il maialino. Purtroppo non c’è Miike.

Da un regista di questo calibro mi sarei aspettato le zampate del maestro, i colpi di genio e invece a parte 2-3 gag che “osano” rispetto all’originale (non vi dico come viene sconfitto il primo Yattacan) non c’è nulla di più del compitino ben svolto per accontentare il fan.

E il fan effetivamente viene accontentato, anche a giudicare dagli alti incassi ottenuti in patria, quindi se avete amato la serie animata probabilmente non rimarrete delusi, ma il resto del pubblico potrebbe rimanere altamente deluso.

Come al solito su iutubo si trovano benefattori che mettono a disposizione serie intere per la gioia dei fan, se quindi avete voglia di guardarvi tutte le avventure dello sfigatissimo trio Drombo andate qui!

Come al solito non posso che chiudere in bellezza regalandovi la famosissima sigla iniziale italiana in versione integrale (ad opera degli onnipresenti Cavalieri del Re)

Annunci

Il robot componibile che salverà il mondo! Se non perdi un bullone per montarlo, in quel caso son cazzi.

La J e la K (spoiler!) son stati difficili da trovare ma mai quanto la Q. Fortuna che esistono i cartoni animati giapponesi.

La seconda volta che esamino un personaggio di una serie animata e ancora una volta mi trovo a parlare di uno dei suoi maestri per eccellenza, Go Nagai: come detto in precedenza Nagai ha dato vita ad alcuni dei più famosi robottoni protagonisti di mmmmille avventure nelle fantasie di ogni bambino. Stavolta daremo un’occhiata ad uno dei più atipici del suo repertorio, Jeeg.

Mentre nelle altre serie di robottoni il protagonista umano era sempre il pilota dell’enorme ammasso di rottami qui ci troviamo davanti ad un caso unico, il giovane Hiroshi infatti per poter salvare il pianeta dall’ennesima invasione si trasforma nientemeno che in una testa gigante! Per nostra fortuna Nagai è un genio o avremmo assistito all’intera serie con un capoccione che prendeva a testate il cattivone di turno. La trasformazione del protagonista infatti è solo la prima fase di quell’unione che porterà Jeeg al suo completamento.

Ma prima di tutto esaminiamo con ordine la trama: il solito scienziato giapponese ritrova un antico artefatto, una campana di bronzo di proprietà della signora Himika, regina di un popolo di creature cattivissime che nel tempo libero si diletta nello sterminio della razza umana. Il professore, che non ha la laurea così per dire, nasconde la campana ma durante un incidente al laboratorio decide di miniaturizzare l’oggetto nel petto del figlio, rendendolo di fatto invulnerabile.

Il figlio cresce, diventa pilota di formula e dopo essere uscito illeso da un incidente assiste alla rinascita del popolo Yamatai (quelli cattivissimi) che uccidono il padre: questi, morente, racconta tutto al figlio, gli regala un ciondolo e 2 guanti di lana e trasferisce la sua coscienza in un cervellone elettronico. Da quel giorno Hiroshi combatterà il crimine…ehm, gli invasori, trasformandosi nella succitata testa gigante con uno schiocco di nocche (è molto difficile schioccare le nocche).

Come accennato poco fa però la mente senza il braccio può fare ben poco (e anche il resto del corpo non farebbe schifo) e Jeeg ha bisogno dei suoi componenti aggiuntivi: fortuna vuole che ogni professore si circondi di belle figliole, sarà proprio una di queste, Miwa, ad aiutare Hiroshi in ogni puntata a bordo del Big Shooter, sparandogli i pezzi necessari che si uniranno in un baleno al faccione metallico (proprio come un mobile Ikea, sisi…)

Fu questa una delle basi del successo della serie, in ogni puntata c’era la possibilità di vedere nuovi pezzi unirsi al robottone: missili giganti per trivellare il sottosuolo, scudi rotanti, torpedini per missioni sottomarine, moduli per volare nello spazio e non ultima la possente cavalcatura che rendeva Jeeg un centauro.

E chiaramente, come in ogni serie sui robottoni che si rispetti, fondamentali erano le armi e i colpi segreti del protagonista: indimenticabili i magli perforanti (che Jeeg poteva lanciare a ripetizione, non come i suoi colleghi di serie B, tzè) e il famosissimo raggio protonico.

Chiaramente quando si era bambini non si dava troppo peso a metafore e significati nascosti, si volevano le esplosioni, le risse tra giganti e si era contenti così. Però si tentava comunque di dare uno scopo a queste serie, in Jeeg vediamo un notevole peso dato al rapporto padre-figlio e all’amicizia che sembrano non conoscere confini. E’ anche una delle poche serie dove non c’è un risvolto romantico tra i due protagonisti, troppo impegnati in un progetto di maturazione personale necessario per salvare il mondo.

Jeeg è anche uno dei robottoni meno ONI del solito: la sua altezza, per quanto non stabilità ufficialmente, dovrebbe attestarsi intorno ai 12-15 metri, notevolmente inferiore rispetto ad altri “giganti” come Goldrake, Mazinga o Daitarn.

Il modo migliore per lasciarci è ovviamente con la storica sigla: è famosissima la leggenda metropolitana secondo la quale il cantante della versione italiana fosse nientemeno che Piero Pelù. Chiaramente è un falso, Pelù all’epoca era troppo impegnato a pensare come sciogliere i Litfiba e a rientrarci senza perdere credibilità (impegnandosi troppo nella prima parte del piano).

La sigla è invece ad opera del defunto Roberto Fogu, in arte Fogus: una curiosità è che prima del disco originale di Fogu uscì una cover per mano dei Superobots che vendette uno sfracello di più della versione originale. Ve le propongo entrambe perchè vi voglio bene.

Fogus Version

Superobots

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: